La busta
Nel calcio a cinque si firma un contratto e poi se ne firma un altro. Il primo va alla federazione. Il secondo resta in tasca, o non esiste per niente, dipende da con chi hai a che fare.
Tutti lo sanno. Nessuno ne parla. Non perché ci sia chissà quale omertà profonda, ma perché certi equilibri reggono soltanto se ti tieni a debita distanza: se li osservi da vicino, si rompono, e allora bisogna fare qualcosa. È più comodo quindi non guardare. Parlare d’eccellenza, di sogni casomai a cinque cerchi.
La Lega Nazionale Dilettanti inquadra il calcio a cinque come sport dilettantistico, anche quello di Serie A, anche quello con i campioni del mondo in campo e le riprese televisive e gli sponsor sulle maglie. Il massimo che un atleta può ricevere, sulla carta, è quello che fissa il contratto da lavoratore sportivo dilettantistico. Quando un club vuole prendere un giocatore che sul mercato vale tre volte tanto, fa i conti e trova una soluzione. La soluzione non ha un nome ufficiale. Di solito ha la forma di una busta.
C’è una storia del 1970 che mi è tornata in mente leggendo delle vertenze del futsal italiano. Jim Bouton era un lanciatore di baseball americano con una carriera già in discesa. Scrisse un libro dove c’era tutto: i soldi, gli allenatori, le notti in hotel, la stanchezza. Scrisse anche la cifra del suo contratto. Ventaduemila dollari. I dirigenti reagirono come se avesse commesso qualcosa di osceno. I compagni di squadra lo rimproverarono per aver chiesto condizioni migliori per tutti, lo chiamarono avido. Erano i giocatori, non i padroni.
Quel libro è Ball Four, non esiste una traduzione in italiano, nel caso leggere nella lingua della “perfida albione” non sia uno sforzo particolare recuperatelo oppure chiedetemelo, ve lo regalo.

Il segreto sugli stipendi non è una questione di riservatezza. È che se uno sa quanto guadagna l’altro, prima o poi i due si mettono a fare i conti insieme.
Immaginate un giocatore straniero, contratto regolare da dilettante con una squadra italiana. A un certo punto arriva un’offerta dalla Spagna, da un campionato dove i professionisti lo sono davvero. Il giocatore vuole andare. La federazione italiana gli fa pagare una penale per recesso anticipato che vale più volte il contratto ufficiale che aveva firmato. Lo stesso sistema che lo classificava come dilettante per non dargli troppe tutele previdenziali lo tratta da professionista nel momento in cui vuole andarsene.
Non è nemmeno l’ingiustizia a colpire, che pure c’è. È l’accuratezza con la quale si applica: dilettante quando fa comodo, professionista quando serve. Come se quella fosse una trappola costruita sapendo esattamente quando farla scattare.
C’è poi una categoria a parte, quella che sfiora il paradosso. Un giocatore firma la liberatoria: dichiara di aver ricevuto tutto il dovuto, che i conti sono in ordine, che non ha nulla da reclamare. Poi, mesi dopo, lo stesso giocatore compare come parte lesa in una sentenza della Commissione Accordi Economici, che condanna la società a pagargli quello che non aveva mai ricevuto. Le due cose non possono essere vere insieme. Eppure lo sono, agli atti, con i timbri sopra.
Il calcio a cinque femminile è rimasto tagliato fuori dal professionismo. Anche quando nel 2022 il calcio a undici delle donne miracolosamente fu elevato permettendogli almeno sulla carta di cambiare registro. La maggior parte delle atlete vivono di rimborsi spese che per legge non possono essere a forfait, e che a forfait puntualmente sono. I premi nelle competizioni femminili vengono tagliati della metà rispetto a quelli maschili. Anche loro firmano due contratti, o firmano uno e sperano che la parte non scritta venga rispettata lo stesso. Anche loro firmano le liberatorie e poi si lamentano.
Di solito non c’è nessuna garanzia.
Bouton uscì dal baseball con la reputazione di uno che aveva rotto le regole. Le regole che aveva rotto erano quelle del silenzio.
Nel futsal italiano quel silenzio è ancora assordante. Nel frattempo si firma, si incassa quello che c’è, e si impara presto a non fare domande sul resto.

