Tutti voglion fare futsal. Ma quanti lo sanno insegnare?

Il cartone animato era degli anni Settanta, la musica sopravvissuta al film: «Tutti quanti, tutti quanti voglion fare jazz». Cambia una parola e descrivi il calcio giovanile italiano di oggi: tutti quanti voglion fare futsal.

Lo si legge nelle brochure delle società, nei company profile, nelle presentazioni ai genitori. Il futsal viene chiamato in causa come una specie di chiave universale: migliora la tecnica, accelera il pensiero, educa alla rapidità decisionale. Tutto vero. O quasi.

Quanti lo stanno facendo davvero, e quanti hanno imparato soltanto a pronunciarne il nome?

Il concetto di «doppia metodologia», integrare il percorso del calcio a undici con il calcio a cinque è in sé moderno e difendibile. In molte delle migliori scuole calcistiche europee il dialogo fra discipline è una pratica consolidata. Il guaio nasce quando il dialogo diventa imitazione, e l’integrazione finisce in una riga del materiale per le famiglie.

Il futsal non si insegna guardando YouTube il giovedì sera. Ha una grammatica propria: spazi minimi, rotazioni continue, alternanza costante fra superiorità e inferiorità numerica. Il gioco non aspetta che qualcosa accada. Viene costruito nel movimento, nel momento in cui percezione, decisione ed esecuzione si incastrano. Lo si capisce solo avendolo fatto.

Inserire un 2 contro 2 o una seduta in palestra una volta a settimana non è integrare il futsal nella propria metodologia. È come mettere un pianoforte in salotto e raccontare agli amici di essere diventati jazzisti. Lo strumento c’è. Manca tutto il resto.

Fare futsal seriamente richiede allenatori che abbiano vissuto quella disciplina, che ne conoscano i principi, che sappiano progettare un percorso coerente invece di giustapporre esercizi pescati da internet. Una metodologia integrata calcio-futsal nasce dal confronto tra tecnici, dalla pianificazione condivisa, dalla capacità di capire quali contenuti passano da una disciplina all’altra e quali appartengono solo al calcio a cinque.

C’è però una buona notizia in questa corsa collettiva. Che tutti vogliano «fare futsal» significa che il calcio a cinque ha conquistato un riconoscimento che sembrava lontano. Per decenni era il fratello minore tollerato; oggi le sue intuizioni vengono osservate, studiate, imitate. Solo che quando un’idea funziona, la prima cosa che sparisce è la sua sostanza.

Per questo vale la pena difenderne l’identità, non per rivendicare primogeniture, ma perché una disciplina che ha prodotto conoscenze, allenatori e princìpi educativi merita di essere trattata come tale, non come un nome da citare in diapositiva.

La domanda riguarda tutti: dirigenti, tecnici, famiglie. Stiamo davvero insegnando il futsal come strumento di crescita, o stiamo inseguendo la parola giusta per il prossimo open day?

Il futsal è una lingua. Come tutte le lingue, prima va studiata.