Le parole possiamo anche prenderle a prestito. Io ho preso quelle di Nicola, probabilmente frutto di una delle sue lunghe notti nelle quali il silenzio si riempie di pensieri. Le parole che leggiamo le filtriamo con quello che siamo, non solo con quello che sappiamo. Non è detto che le nostre siano per forza migliori, sicuramente diverse, ma a fare le classifiche, ecco, questo no.
Leggere è l’ultimo rifugio della conoscenza. Anche leggere Cosmopolitan, che è pieno di figure, è sempre meglio di niente. Certo, preferirei che ci fosse più gente capace di leggere il New Yorker.
Ecco, capace di leggere. Perché leggere è un’abilità che coinvolge la capacità di comprendere, e questa andrebbe messa alla prova, sfidata per andare oltre, per saziare la curiosità. Io adoro le storie, quelle brevi, fossero anche solo nel testo di una canzone o di una poesia, che poi vai a capire la differenza, che forse non c’è davvero.
La metafora della pianta
Mi è capitato di leggere questo:
“Abbiamo fatto zero, vinto ancora di meno e chissà cosa sarà di noi a fine stagione, ma posso certamente dire che questa pianta ha assorbito l’acqua con cui è stata innaffiata ed ha resistito alla siccità che decreta il confine tra la vita e la morte.”
La morte e la vita, quella sportiva, perché sappiamo entrambi che questo resta uno sport giocato ai margini, marginale. Che là fuori c’è una vita che prova a strapparci il cuore e l’anima. Eppure questo sport, come forse ogni sport, può fornirci qualche strumento per navigare un mare di gente sempre felice, bellissima, amatissima e ricchissima. Falso come una moneta da cinque euro. Falso come le promesse di grandeur di questo calcetto.

“…perché tutti vogliamo viaggiare in prima classe, ma per starci devi anche mangiarti tutti i bocconi amari che ci siamo inghiottiti lo scorso anno. Chiudere gli occhi e fidarti ciecamente, credere che quella roba lì dolorosa che ti prende le budella e te le strappa sia parte del percorso.”
Imparare a non aver paura
Imparare a non aver paura del fallimento, della sconfitta, di non essere bravi abbastanza, del dolore. Perché forse l’infelicità è il tempo che vi serve per capire voi stessi e dove state andando. E forse la felicità è solo la risposta a un bisogno soddisfatto, invece d’essere quella che è in realtà: un momento di tranquillità e di pace. Quel percorso si spiega solo alla fine del viaggio, con la sua conclusione.
La sera, in un campo magari all’aperto con il freddo dell’inverno che ti brucia il viso e la stanchezza del lavoro che ti piega anche le ossa, resistere a un filotto di sconfitte che fanno sembrare la tua squadra di calcio a 5 una squadra di basket è facile solo a parole.
“Parlare tanto per parlare non se ne parla — lo so, è già di per sé un gioco di parole — ma se proprio devo tirare fuori una parola, me ne viene in mente solo una. Vi amo. Non per ciò che siete oggi, ma per ciò che potreste diventare domani.”
“I look at you and I see two men: the man you are, and the man you ought to be. Someday those two will meet. Should make for a hell of a football player.” [The Replacements, 2000]

Una città d’acciaio
Niente premi, niente pacche sulle spalle, niente panchine d’oro o di qualsiasi altro metallo. Solo l’amore per qualcosa, un’idea. Forse è la città che ti ha cambiato più di quanto vorresti ammettere. Una città fatta d’acciaio che si innamora d’una passione come se si aggrappasse a uno scoglio nella tempesta per tenere la testa fuori dall’acqua melmosa della vita, almeno un po’.
Forgiare donne è più difficile che forgiare giocatori. Vuol dire non andare a urlare in faccia all’arbitro per un rigore che non ti ha concesso. Restare calmi è una lezione di fiducia. È raccontare loro che possono vincere anche senza un calcio di rigore. Non è urlare loro dove devono andare, ma spiegare loro il perché di quella destinazione. Spesso è vederle andare via. È lasciarle sbagliare.
“Cause even though I loved you, you know I had to leave
I guess I had to lose you on the way to finding me”
[Ruth B. & Dean Lewis – 28]

Una storia comune
Questa è una storia in fondo comune a tutti quegli sport praticati lontano dai riflettori, a cui importa a una manciata di persone che conosciamo quasi tutte per nome. Forse è importante per quello, oppure non lo è semplicemente.
“L’amore è libero e non contempla classifiche. È lì che ci incontriamo tutti i giorni, occhi negli occhi, cuore su cuore, fatica, sudore e qualche parola sussurrata nelle orecchie.”
L’amore è libero. Non contempla classifiche.
È dentro a quelle sconfitte, a quello zero in tutte le caselle possibili. È nell’idea che diventa convinzione: che se hai resistito a quella tempesta, sei forgiata per resistere a qualsiasi tempesta della vita. Perché un giorno sarai troppo stanca per inseguire un pallone, e tutto quello che ti resterà sarà quello che avrai conservato dentro al cuore. Sai anche che lui lo troverai ancora lì, su quel campo, e non ti farà mancare un abbraccio.

