Quella Felicità

Vincere un mondiale. È una di quelle cose che tutti i bambini sognano. Alla fine, solo una ristretta manciata di loro realizzerà quel sogno. Non ho idea se quella bimba che spingeva su strade a tratti solo abbozzate un motorino senza abbastanza benzina per arrivare a destinazione sognasse una coppa del mondo.

Quando siamo piccoli abbiamo sogni grandi. È paradossale che diventando grandi i nostri sogni si rimpiccioliscano. Spesso li sostituiamo con le necessità, smettiamo di inseguirli in nome del pragmatismo. In fondo è pur vero che alla cassa del supermercato non puoi pagare con i sogni, ma forse, dico forse, puoi pagare con il risultato di quei sogni quando si realizzano.

Non so se quella bimba sognasse di vincere un campionato del mondo, magari di calcio. Io ho incontrato la versione più grande di lei, quella che conserva quella bimba nascosta, al riparo dentro al cuore. So che ha dei sogni, che ha avuto una vita che è all’apogeo della sua abilità con un pallone tra i piedi, che ha cose da dire anche se pensa che non valga la pena ascoltare la sua voce.

Non so se la bimba che ha dentro al cuore le ha ricordato di mettere su Dynamite nelle cuffie prima della partita, ma sicuramente ci sono nella sua playlist tante canzoni dei BTS. Non la vedete spesso uscire fuori quella bimba, una bimba che ancora pensa che l’aspetto esteriore sia tutto, di non essere abbastanza.

Se la volete vedere però, se avete voglia di prestare attenzione, la trovate mentre parla del gioco, mentre vi racconta la sua emozione d’essere lì, come se in qualche modo si fosse intrufolata in un parco giochi bellissimo nel quale ha sempre sognato di giocare.

La potete notare chiaramente nel modo in cui stringe le coppe. Sì, al plurale, perché ne ha vinte un po’. Le lascia stringere alla bambina dentro di lei, che lo fa appunto come i bambini stringono l’orsacchiotto preferito, qualsiasi forma questo abbia realmente.

Quella bimba è il capitano della squadra più forte del mondo, almeno per i prossimi quattro anni. Ufficialmente più forte del mondo. Chissà se ci pensava mentre spingeva il motorino rimasto a secco. Chissà come lo racconterà tra qualche anno, come lo ricorderà quel momento in cui è andata incontro ad un destino che in tanti nemmeno trovano mai.

“Non so se sono ancora capace di vincere, ma so che voglio ancora vincere”. Di tutte le parole lasciate in una cassetta delle lettere come quella della Casa sul Lago del Tempo (The Lake House, Keanu Reeves e Sandra Bullock, 2006), rivelo solo questa. Perché racconta di lei, di entrambe le parti di lei, meglio d’ogni altra frase che riesca a ricordare.

Ci sono dentro i dubbi e la determinazione, perché per vincere è necessario dubitare, spingerci a fare di più, andare oltre. Non c’è altro modo, ovvio che è meglio non avere, ad esempio, nel caso specifico, dei piedi sagomati come tombini.

Ora è il momento d’andare a conoscere qualcuno che ne ha vinti 6 di campionati del mondo, l’ultimo a 29 anni, in uno sport dove sei considerato sportivamente defunto a 26. Tanto lui è a Seoul e so che vuoi visitarla, la città. Meglio però andare quando fioriscono i ciliegi.

Sai che io quella bimba sul motorino l’ho vista davvero? Anzi, l’ho immaginata davvero. Spinge un motorino che sembra un “califfo” rattoppato, forse è rosso ma chi può dirlo, io con i colori non sono bravo, colpa degli occhi. È sul ciglio d’una strada il cui asfalto è sbiadito a causa d’un sole che è sempre lì, nel mezzo d’un orizzonte infinito. Il cielo è d’un blu pallido che si mischia con il rosso dei margini della strada, che finisce sui mattoni delle case mai finite che ogni tanto incontra. C’è anche un distributore di benzina al quale forse può chiedere se le regala un po’ di carburante. Ci sono le vite degli altri che sfrecciano mentre lei cerca di portare la sua in quel posto dove rotola un pallone.

Ci vediamo, quando le nuvole tornano a casa.

Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts