Chi vince festeggia, chi perde spiega: il peso delle serie

Una volta Julio Velasco ha avuto una delle sue intuizioni lessicali migliori:
“Chi vince festeggia, chi perde spiega.” Era appena finita una partita vinta. Un giornalista gli chiedeva cosa non avesse funzionato in un momento particolare dell’incontro. Velasco tagliò corto e andò avanti.

In questi giorni, invece, di spiegazioni ne sono arrivate parecchie.

La prima sconfitta dopo trentuno vittorie consecutive e subito si è parlato di pressione, del peso della serie, della liberazione che arriva quando finalmente quella serie si interrompe. Che una striscia di vittorie possa portarsi dietro una certa pressione è possibile. Però ogni tanto vale la pena guardare le proporzioni.

Se trentuno vittorie consecutive sono un fardello difficile da sostenere, come avrebbero dovuto sentirsi quei ragazzi della De La Salle che per undici anni non persero una partita?

When the Game Stands Tall, prima libro e poi film, racconta proprio quella storia.
Centocinquantuno vittorie consecutive.
Undici stagioni.
Football americano.
Una disciplina che, dall’altra parte dell’oceano, riesce a riempire stadi, giornali e conversazioni. Poi un giorno la serie finisce.

Ricordo gli spogliatoi. I ragazzi seduti in silenzio. Gli sguardi bassi. Non ricordo grandi discorsi sulla liberazione. E forse il punto è proprio questo. Non tanto stabilire quale disciplina conti di più o quale conti di meno. Piuttosto evitare di appesantire ogni evento con un significato che spesso non ha.

Ci sono sport che conservano ancora qualcosa di semplice. Palestre non sempre piene. Trasferte che sembrano più lunghe della classifica. Pubblico che riesci quasi a riconoscere uno per uno.
Eppure il vocabolario è sempre lo stesso.

Pressione.
Mentalità.
Liberazione.

Parole che sembrano uscite da trent’anni di interviste calcistiche e che finiscono per raccontare qualsiasi cosa, quindi in fondo non raccontano quasi niente. Sono passati più di centosessant’anni da quando i giornali hanno cominciato a dedicare spazio allo sport. Nel frattempo sono cambiate le discipline, il pubblico, il modo di seguire una gara. Le formule, invece, sono sempre lì.

Una squadra perde dopo trentuno vittorie.
Succede.
Come successe a Usain Bolt quando arrivò secondo dopo quarantuno vittorie consecutive nei cento metri e tre ori olimpici.

Sapete chi lo batté quel giorno senza andare a cercarlo su Google?
Ed è curioso, perché quella sconfitta all’epoca fece notizia. Fu Christian Coleman, in batteria ai Mondiali del 2017.
Ma quando si parla di Bolt, nessuno comincia da lì.
Ci si ricorda le vittorie.
La sconfitta resta sullo sfondo.
Più o meno dove finiscono quasi tutte, qualche giorno dopo.