C’è questa strana idea che circola in quei microcosmi così piccoli da finire col parlare solo a se stessi: che si debba dissertare di qualcosa solo in maniera positiva. Non è ingenuità, è sopravvivenza. Tutto deve essere inevitabilmente ridotto al testo di un volantino che pubblicizza il 3×2 al supermercato.
In questa sorta di eterno rinforzo positivo, la mediocrità non è la normalità, è una coperta di Linus. Non c’è nessuna spinta reale a migliorarsi, perché la realtà farebbe troppo male. La banalità diventa il metro con il quale si misura il successo, la vacuità è il principio fondante, la reticenza lo strumento principe.
Così accade che in ambienti come questi proliferino le scuse, ma mai che si trovi una ragione. Quando la realtà bussa alla porta, sconfessando previsioni che per statuto non possono che essere ottimiste, è sempre un fattore esterno ad averne impedito il successo. Mai una responsabilità. Le colpe sono sempre degli altri, possibilmente di chi li ha preceduti, mentre il futuro, quell’immanente divenire, è dipinto sempre di rosa. In posti come questi, la realtà non ha valore. Si è così abituati a recitare una parte che le menzogne diventano l’unica conversazione ammessa. Non mentono per cattiveria, ma per terrore.
Lo sport dilettantistico è l’humus ideale per questo teatro dell’assurdo. Proprio in quegli ambienti così piccoli che tutti sanno tutto, il tentativo di fingere che la realtà non conti assume spesso i contorni della più classica delle commedie all’italiana degli anni ’70. Con tanto di pernacchie, scorregge e barzellette di Alvaro Vitali.

Prendi una squadra imbattuta per l’intera stagione, coppe comprese, che si rinforza con uno dei giocatori più forti in circolazione. Alla domanda sulle ambizioni, la risposta è un sussurro: “Tenteremo di dare fastidio”. Esattamente come? Con la forza dell’umiltà? Visto che l’anno precedente non è andata esattamente così e ora si sono pure ingozzati di campioni, spero che nel vostro armamentario retorico non sia ancora in auge il teorema del “pallone è tondo”. Perché il pallone sarà anche tondo, ma i soldi spesi per prendere quel giocatore sono quadrati, e le aspettative pure.
E poi c’è chi si presenta con il petto in fuori: “…una società che in vent’anni di storia non ha mai retribuito nessuno, ma è sempre stata in regola con i pagamenti”. Ora, se non riuscite a percepire l’estrema comicità di questa frase, potete tornare a leggere i volantini impaginati come se il web fosse fermo al 1991. Non hanno mai staccato un assegno per i propri tesserati, ma vantano un commercialista sempre in pari con le tasse e l’affitto del campo. È il trionfo dell’assurdo.
Senza dimenticare quelli che “sposano i progetti”, oppure “hanno trovato una famiglia”, salvo poi dopo pochi mesi rivendicare conti non saldati. I miei preferiti. Perché in questi microcosmi vige una legge economica tutta loro: il prestigio è inversamente proporzionale al bilancio. Spendono cifre folli per comprare l’illusione di esistere, per poi ritrovarsi a fare la colletta tra i pensionati del posto per iscrivere la squadra. Quale altra attività al mondo “cresce” ed è “attrattiva” se è ETERNAMENTE in perdita? Nessuna, vero?
Certi posti sono esattamente così. Un eterno loop in cui si aspetta il miracolo sportivo, finanziario ed esistenziale, mentre fuori dalla finestra la realtà bussa. E loro, dall’interno, urlano di non disturbare: stanno impaginando il volantino delle offerte per la prossima stagione. Tre per due sulle illusioni.

