Elway e il tempo che i rookie non hanno più

Di Elway e del tempo che non si vede

All’inizio c’è un uomo di sessantacinque anni che guarda al suo passato.
Per novantanove minuti parla di football. Di Stanford. Di Denver. Di stagioni che sembravano non finire mai. Di due Super Bowl arrivati quando ormai aveva quasi l’età di certi allenatori.

Elway, uscito su Netflix alla fine del 2025 e prodotto anche da Omaha Productions, è un documentario molto semplice. Facce, immagini d’archivio, ricordi raccontati senza fretta.

Forse è proprio questo a colpire.
Non tanto quello che racconta, quanto il tempo che contiene.
Oggi quel tempo scorre dannatamente più veloce.

Il ragazzo che tutti fischiano

Nelle immagini dei primi anni a Denver c’è un ragazzo con i capelli biondi e le spalle larghe.
Ha ventitré anni.
Prima scelta assoluta. Stanford alle spalle. Tutto quello che serve per finire sulle copertine delle riviste patinate.
Poi iniziano le partite tra i professionisti.

Gli intercetti arrivano più dei touchdown. I passaggi finiscono ovunque tranne nelle mani dei suoi ricevitori. Le domeniche diventano lunghe. Dagli spalti partono i fischi.
A guardare quelle immagini adesso viene quasi da sorridere.
Perchè conosciamo già il finale della storia.
Loro no.

Il ragazzo che verrà ricordato come John Elway “The Duke of Denver”, è ancora quello che sbaglia letture, forza lanci e torna in sideline con l’espressione di chi vede già i titoli dei giornali il giorno dopo.
A un certo punto le parole di Robert Irsay che dice “Non combinerà mai niente di buono”, subito dopo averlo ceduto ai Broncos, sembrano una profezia.

Detta oggi sembra una frase estratta da un vecchio giornale dimenticato in soffitta.
All’epoca era diventata l’opinione di molti.

Sedici anni

Ci sono numeri che nel documentario sembrano avere una importanza laterale.
Sedici stagioni.
È il tempo che passa tra l’esordio in NFL e il primo Super Bowl vinto.
Sedici anni sono lunghi.

Abbastanza lunghi per cambiare allenatori, compagni, stadi, regole e idee.
Abbastanza lunghi per permettere a una persona di diventare diversa da quella che era all’inizio.

Mentre guardavo il documentario continuavo a pensare ai rookie di oggi.
Non a qualcuno in particolare.
Alle conferenze stampa dopo due partite storte. Ai video tagliati in clip da venti secondi. Ai commenti sotto ogni lancio sbagliato.
A tutto quello che succede molto prima che qualcuno abbia davvero il tempo di capire chi ha davanti.

Le stesse persone

Una delle cose più curiose dello sport è la memoria.
O forse la mancanza di memoria.
Nel 1983 Denver fischia.
Nel 1998 festeggia.

Le immagini cambiano. Le facce molto meno.
Il documentario non insiste su questo punto. Non ne ha bisogno.

Basta guardare gli spalti.
Basta vedere la differenza tra il ragazzo osservato con sospetto e l’uomo portato in trionfo. In mezzo ci sono anni che quasi scompaiono. Stagioni intere ridotte a poche istantanee.
È sempre strano quando una vita viene compressa in un’ora e mezza.
Le cadute sembrano più brevi di quanto siano state davvero.

Quello che resta fuori

A un certo punto Elway dice una cosa semplice.
La gente lo conosceva come giocatore, ma non lo conosceva davvero.
La frase passa veloce.
Non c’è musica enfatica. Nessuno si ferma ad analizzarla.
Resta lì.

Come restano lì certe espressioni del viso quando le interviste finiscono e la risposta è già stata data.
I documentari sportivi funzionano spesso così. Mostrano molto. Nascondono altro.

Anche questo lo fa.
Racconta il quarterback.
Molto meno l’uomo che esisteva quando non c’erano le telecamere.

Non è una critica. È quasi inevitabile.
Ogni racconto sceglie cosa tenere nell’inquadratura.
Il resto rimane fuori campo.

Le storie che sopravvivono

C’è un dettaglio però che continua a ronzarmi in testa. Omaha Productions, la società fondata da Peyton Manning, produce oggi le storie di giocatori che hanno attraversato il football e sono arrivati dall’altra parte.

Le guardiamo perché hanno lasciato un segno.
Perché c’è stato un finale.
Perché qualcuno, anni dopo, ha deciso che valeva la pena tornare indietro per raccontarle.
Mi sono chiesto quante storie molto simili siano invece finite diversamente.

Quanti quarterback siano stati raccontati attraverso gli stessi giornali, gli stessi dubbi, le stesse domeniche storte.
Quanti non abbiano un documentario. Quanti siano rimasti soltanto una vecchia scelta al Draft e una fotografia sgranata negli archivi.

Il film non fa questa domanda.
Ma alla fine resta lì, accanto alle altre.

Quando scorrono i titoli di coda, Elway è già diventato quello che tutti ricordano.
La leggenda.
Il campione.
L’uomo dei Super Bowl.
Per un attimo, però, rimane anche il ragazzo fischiato da tutto lo stadio.
Quello che sbagliava.
Quello che non era mai riuscito a vincere nulla, nemmeno al college. Quello dei due Superbowl persi consecutivi.

E forse quella per me è la parte più interessante del documentario.
Non perché racconti come si diventa una leggenda.
Ma perché, per qualche minuto, ci ricorda che prima c’è stato tutto il resto.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.