Stasera c’è Germania contro Costa d’Avorio, Coppa del Mondo. In campo con la maglia numero 11 gioca Yan Diomandé. Diciannovenne. Probabilmente quel nome non vi dice nulla. O quasi. A meno che non abbiate incrociato per caso la lettera alla sorella Roxane sul Players’ Tribune, nel qual caso sapete esattamente chi è.
Se non l’avete letta, fermatevi. È in francese e in inglese. Google Traduttore va benissimo. Poi tornate qui.
Asciugatevi gli occhi. Se non lo state facendo, o state ancora piangendo o state mentendo.
Tre righe, forse meno. Ho capito in tre righe che mi sarei commosso.
We didn’t know rich or poor. We just knew happiness.
Potevo smettere li di leggere e sarebbe bastato.
La lettera non è soltanto sul dolore. È sulla fiducia. Quella che si chiede ma non a parole e che un’altra persona ti concede senza che tu capisca bene perché te la meriti. È sulla capacità di credere ancora ad un sogno quando si sgretola davanti ai tuoi occhi. Su cosa vuol dire avere qualcuno al mondo che crede in te con una convinzione che tu non riesci a raggiungere nemmeno nei tuoi confronti.
E poi c’è il coraggio. Non quello romanzesco di chi cade e si rialza, ma quello più grezzo di guardarsi dentro con una certa onestà e scegliere comunque di mostrarlo. Di consegnare alla folla, composta, come tutte le folle, da una buona parte di gente che non merita quella confidenza, quel qualcosa potrebbe essere letto come fragilità. Yan lo sa. Lo fa lo stesso.
Non guarderò più le ciabatte di plastica con gli stessi occhi. Le trovate ovunque d’estate, in quei cesti enormi ai mercati, “2 euro il paio” scritto col pennarello. E quando di notte abbasso il volume di due tacche per non disturbare nessuno, penserò che da qualche parte c’è un ragazzo che fa la stessa cosa mentre insegue il suo sogno.

Now, I don’t feel anything. It’s like I’m not even human. Since you died, I’m just blank.
Se stasera Yan dovesse segnare contro la Germania, non sarà soltanto un gol, per quanto pesi. Sarà un tributo. A una sorella morta a quindici anni il giorno del suo debutto in Liga contro il Real Madrid, perché qualcuno aveva messo qualcosa in quello che Roxane stava bevendo.
C’è molto fatalismo in come Yan affronta tutto questo. Un po’ religioso, un pò culturale, a tratti incomprensibile proprio perché dannatamente umano. Non ho le parole per stare dentro quella cosa e le ho cercate, disperatamente. Quindi vi lascio con le sue, perché quando qualcuno ne trova forse non c’è bisogno di cercarne altre.
I’m going to do what you predicted, I swear. Before I even had real boots, you were telling everybody, “My brother is going to be the greatest in the world.”
I will prove that you were right, or I will die trying.
Your brother, Yan.

