Futsal femminile, fine stagione: le scampagnate vanno in pausa

Esiste una frase che Colin Firth ha recitato da giovanissimo, in un film che non è il film più importante della storia del cinema ma che contiene, da qualche parte nel mezzo, una delle descrizioni più precise dell’esperienza sportiva mai messa in forma narrativa. La frase parla di stagioni che si ripetono, del fatto che ce n’è sempre un’altra, che il ciclo non finisce. Se non conoscete Fever Pitch, il libro, non solo il film, fermatevi qui. Queste pagine non fanno per voi. Ve l’ho detto.

Si chiude la stagione del futsal femminile in Italia. Nello stesso giorno, Lewis Hamilton vinceva la sua prima gara con la Ferrari. Entrambe le cose storiche, in scala diversa. Una scala molto diversa.

In un piccolo mondo, una squadra ha vinto il suo secondo titolo stagionale senza perdere una partita. Neanche una. Le ha vinte tutte, per essere precisi. Non era mai successo. Il futsal femminile italiano funziona così da un po’: prendi le giocatrici migliori, che sono sempre le stesse, e male che va arrivi in finale. Questa squadra la finale non l’ha persa. Nemmeno quella.

L’evento è stato un grande successo. Lo dicono loro. Puntuale come una vampata da menopausa, è arrivata la celebrazione istituzionale, quella che, se la leggete con la voce di Donald Trump, diventa quasi una parodia di se stessa. In apparenza si celebra l’evento. In realtà si celebra una persona. Si parte con il pubblico: il dato ufficiale di capienza del palazzetto è come quello che ha ospitato la finale nella stagione precedente. Ca va sans dire.

Si prosegue con “stiamo facendo la storia”. Qui sarebbe facile ricordare che anche Pol Pot ha fatto la storia, “anche quella era storia, in un certo senso” ma non risulta che ci sia molta gente disposta a vantarsi delle sue imprese. Liberissimi di aderire ai Khmer Rossi, s’intende. C’è sempre tempo.

Qualcuno ricorda anche di quella stagione in cui i playoff della Serie A maschile sono partiti clamorosamente in ritardo, in attesa di una decisione su un ricorso. Anche quella era storia, in un certo senso.

Tenendo fede alle cifre ufficiali: 1.700 presenti, più 1.500 online. Fanno 3.200. Questo è il pubblico totale del calcio a 5 femminile italiano. Millecinquecento spettatori gratis, su YouTube. Vi ricordate quando ci raccontavano di centinaia di migliaia di spettatori su una piattaforma a pagamento dedicata? Magari gli abbiamo anche creduto.

Poi però arriva la realtà. Lo fa sempre. Lorenzo Pizza lo direbbe con meno cerimonie e avrebbe ragione, cosa che irrita ancora di più.

Questa realtà: 1.500 spettatori su un canale televisivo tradizionale avrebbero prodotto uno share dello 0,01%. Zero virgola zero uno. La Kings League ha generato 66 milioni di euro di utile in questa stagione, poi si è fermata per ristrutturarsi. Qualcuno mi dice quanto utile ha prodotto l’intero movimento del calcio a 5 in Italia? Zero, vero?

L’idea che lo sport non sia business è morta con Benito Fornaciari. Sì, il presidente del Borgorosso Football Club, quello magistralmente interpretato da Alberto Sordi. È morta con i Costantino Rozzi e i Romeo Anconetani. Uno sport che oggi vuole attirare sponsor ha l’obbligo di essere un business, altrimenti è un hobby. E con gli hobby, si sa, i conti non tornano mai.

Lì fuori dal palazzetto, dopo che hai salutato gli stessi di sempre con la stessa stretta di mano, t’avvii verso casa.
Le scampagnate vanno in pausa. Fino alla prossima stagione.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.