C’è stato un periodo in cui scrivevo di football americano. Ad essere onesto: cercavo di raccontarlo per immagini, che è un’altra cosa. In Italia la disciplina somiglia ancora molto più al romanzo di Grisham: Playing for Pizza, campo in erba quando sei fortunato, spogliatoi con macchie d’umidità che nemmeno la tua casa al mare, non al prodotto commerciale e sovradimensionato che è la NFL. Va bene così. Forse è proprio questo il punto.
Ha avuto una storia complicata, il football americano italiano. Mille ragioni: alcune umane, altre strutturali, altre sociali. Col tempo, lentamente, si è quasi, sottolineo il quasi, scrollato di dosso quell’odore di cantina che arrivava dai fasti degli anni Ottanta. Ha abbracciato con una certa riuscita la narrativa grishamese. Funziona. Semplice così.
Grazie ai social ho ancora punti di contatto con quel mondo. Resta una fonte inesauribile di polemiche: al confronto, il calcetto a cinque è un ritiro spirituale. C’è una teatralità tutta sua nel rapporto tra chi ci gira attorno, qualcosa che assomiglia alla telenovela sudamericana quando funziona davvero: passioni alte, dichiarazioni pubbliche, rancori che durano stagioni intere.

Ed è lì che mi capita di incrociare un post. Recita: Touchdown Italia: Un Sogno Americano. Su Prime Video. È un documentario che si fa guardare, anche da chi non conosce le dinamiche della disciplina qui, che sono particolari come sanno esserlo solo certe cose italiane. Con certi prodotti è facile scivolare nella retorica, e questo la sfiora un paio di volte. Ma resta fedele a un principio che viene più dal baseball che dal football: for the love of the game. Lo si sente.
Una distinzione tecnica, perché vale la pena farla. Non si tratta di un prodotto di Amazon Prime: è un prodotto su Amazon Prime. La distinzione è distributiva. Da qualche tempo si possono pubblicare video sulla piattaforma con la stessa logica con cui si pubblicano i libri: autoproduzione, distribuzione diretta. Se siete bravi, potreste essere il nuovo Andy Weir.
L’ho visto. Ho sorriso soprattutto nel riconoscere certi volti, e ho perso quelli che pure c’erano e che forse ero distratto quando li cercavo. Il football americano italiano, il “frosby” come lo chiamano anche se il soprannome non è mio, ha un folklore che rimane praticamente immutato. C’è qualcosa di rassicurante in questo: garantisce una continuità difficile da trovare altrove. Certe franchigie ci sono sempre, anche nei campionati minori.

Non ci sono grandi masse di praticanti, e così i volti restano riconoscibili, anche quelli dei giocatori. Quando smettono transitano nei ruoli dirigenziali o passano ad allenare. Il pantheon resta invariato. Riaffacciarsi a una partita, dopo anni, diventa un’esperienza con un filo di nostalgia. La nostalgia, si sa, è un motore economico potente. Forse il più potente.
Guardatelo, se avete Amazon Prime. Racconta i ragazzi che lo praticano, e se siete impegnati in uno sport minore troverete qualcosa che racconta anche di voi. Non era nella mia lista, quella lista che si allunga compulsivamente perché poi non guardo mai quello che c’è scritto ma altro. Eppure: cliccate play.

