Patrick Stewart, le notti insonni per l’Huddersfield Town

Le 3 e mezza di notte

A Los Angeles erano le tre e mezza di notte.

Luci spente, autostrade quasi vuote, Hollywood addormentata.

E Patrick Stewart era sveglio.

Non per imparare una parte. Non per una première. Non per una telefonata importante.

Per l’Huddersfield Town.

C’è qualcosa di meravigliosamente assurdo nell’idea che uno degli attori più riconoscibili del pianeta passasse le notti insonni a controllare il risultato di una squadra che per gran parte della sua vita ha galleggiato lontanissima dai riflettori.

Ma forse è proprio questo il punto.

Più diventava famoso, più aveva bisogno di ricordarsi da dove arrivava.

Dean Hoyle, ex presidente dell’Huddersfield, racconta che quando Stewart viveva nell’orbita di Hollywood il club era il suo collegamento con la realtà. Il filo che continuava a legarlo a casa.

E casa, per lui, non era Los Angeles.

Non era New York.

Non era nemmeno il ponte dell’Enterprise.

Erano cinque miglia quadrate di West Yorkshire.

Patrick Stewart è morto la scorsa settimana, a ottantasei anni.

Per il resto del mondo era il capitano Picard.

Era Charles Xavier.

Era una carriera lunga sessant’anni.

Per Huddersfield era semplicemente Patrick.

Uno che aveva visto giocare il Town da bambino e non aveva mai smesso.

Ci sono tifosi che seguono una squadra quando vince.

E ce ne sono altri che continuano a seguirla perché a un certo punto smette di essere una squadra e diventa un pezzo della loro identità.

Stewart apparteneva alla seconda categoria.

Lo capisci dai dettagli.

Dalle telefonate ai responsabili del settore giovanile per sapere come stavano i ragazzi.

Dalle aste di beneficenza.

Dalle trasferte.

Perfino dai silenzi.

Quando l’Huddersfield andò sotto 3-0 dopo venticinque minuti, Hoyle ricorda di non averlo mai visto così. Nessuna battuta. Nessun commento.

Solo quello sguardo che ogni tifoso conosce.

Quello che arriva quando la partita è già finita ma continui comunque a guardarla.

C’è un episodio che racconta di questo rapporto in maniera perfetta.

Una volta gli chiesero di entrare nello spogliatoio prima di una partita.

L’idea sembrava perfetta.

Un attore famoso.

Una voce leggendaria.

Un discorso motivazionale.

Poi Patrick Stewart si trovò davanti ai giocatori dell’Huddersfield Town.

E successe qualcosa di inatteso.

Furono loro a intimidirlo.

Ma era lui la loro star.

Ma per lui quelli erano i suoi eroi.

È una scena bellissima.

Uno degli uomini più celebri del Regno Unito che per un attimo torna un bambino sugli spalti.

Forse è questo che rende la sua storia diversa.

Non il successo.

Non Star Trek.

Non Hollywood.

Ma il fatto che non abbia mai cercato di diventare altro rispetto al ragazzo cresciuto a Mirfield.

Molte persone passano la vita tentando di allontanarsi dal luogo in cui sono nate.

Patrick Stewart ha passato la sua cercando di non perderlo.

Quando nel 2017 l’Huddersfield tornò in Premier League dopo quarantacinque anni, strinse la mano a Dean Hoyle e disse:

«Mi hai appena dato qualcosa che non pensavo di vedere nella mia vita.»

Non stava parlando di cinema.

Non stava parlando di premi.

Stava parlando di calcio.

Del suo calcio.

Della sua squadra.

Di casa.

E forse è per questo che l’immagine più bella non è quella di Picard sul ponte dell’Enterprise.

È quella di un uomo di ottant’anni seduto dall’altra parte del mondo, insonne alle tre e mezza di notte, davanti a uno schermo, a soffrire per l’Huddersfield Town come aveva fatto per tutta la vita.

Perché certe cose, alla fine, non le scegli.

Ti appartengono.

E non ti lasciano più andare.