Horner, Brown, Wolff: tre modi di arricchirsi in Formula 1

IL PATTO DI SALISBURGO

Alla fine del 2004 Christian Horner ha trentun anni, una squadra di Formula 3000 costruita con le proprie mani, la Arden, e nessuna chances per entrare in Formula 1. Aveva guardato alla Jordan, ma i soldi, centinaia di milioni per acquistarla, non c’erano. In quello stesso anno però Dietrich Mateschitz compra la Jaguar e la trasforma in Red Bull Racing. A Salisburgo, convoca Horner e gli dice che ha grandi ambizioni per la squadra, e che è disposto a scommettere su di lui. Horner ha trentun anni. Non ci pensa a lungo.

Lo stipendio non sarà alto, gli spiega Mateschitz, ma per ogni punto conquistato arriverà un bonus. La Jaguar l’anno prima aveva raccimolato nove punti. La Red Bull ne segna trentaquattro nella sua prima stagione.

Vent’anni dopo, sei titoli costruttori e otto piloti più tardi, quel contratto si chiude con una cifra in denaro che pochi stipendiati, in qualunque settore, hanno mai visto. Horner, appunto, nonostante tutto, resta un dipendente.

Il conto di Red Bull

I conti 2025 di Red Bull Technology, depositati nel Regno Unito, dichiarano 66,988 milioni di sterline di compensazione per la cessazione dell’incarico del direttore più pagato, identificato come Horner, più 9,029 milioni di remunerazione ordinaria. Il totale sfiora i 76 milioni. Alcune ricostruzioni hanno sommato anche i 33,494 milioni dichiarati separatamente da Red Bull Racing, arrivando oltre i 100 milioni. Ma Red Bull Technology chiarisce che il suo esborso è già stato consolidato, compreso quello di Red Bull Racing. Quei 33,494 milioni non vanno aggiunti una seconda volta.

Anche così, 76 milioni restano una somma enorme. Il dettaglio più interessante, però, riguarda quello che Horner non ha mai avuto: una quota.

McLaren, un’altra aritmetica

Zak Brown ha costruito la sua fortuna in modo diverso. I conti McLaren Racing assegnano al direttore più pagato, identificato come Brown, 81,897 milioni di sterline nel 2025: 8,215 di remunerazione, 73,682 legati al piano di incentivi a lungo termine. La cifra nasce dalla crescita di valore della McLaren Racing, che durante la pandemia aveva rischiato il collasso finanziario e che oggi, dopo l’operazione che ne ha consolidato la proprietà, vale circa 3,5 miliardi di sterline.

Horner e Brown, nel 2025, hanno incassato cifre simili, attorno agli 80 milioni ciascuno. Ma ci sono arrivati per strade opposte. Horner è stato pagato per lasciare quello che aveva costruito. Brown, per aver partecipato a quello che ha fatto crescere.

Wolff, la terza via

Toto Wolff non ha bisogno di un piano di incentivi. Possiede l’asset. Quando la INEOS è entrata nella Mercedes F1, la squadra si è divisa in tre quote uguali: Mercedes-Benz, INEOS, e il veicolo d’investimento di Wolff. Un terzo della squadra che dirige è suo.

L’anno scorso, George Kurtz, fondatore di CrowdStrike, ha acquistato il 15 per cento della quota di Wolff, circa il 5 per cento dell’intera Mercedes F1. L’operazione ha valutato la squadra attorno ai 6 miliardi di dollari, e ha fruttato a Wolff circa 300 milioni. Ne ha venduto solo il 15 per cento: il restante 85, circa il 28,3 per cento di Mercedes F1, varrebbe, alla stessa valutazione, qualcosa come 1,7 miliardi di dollari. Quella valutazione resta sulla carta: il valore implicito di una quota, calcolato su una transazione di minoranza, non una somma che Wolff abbia incassato. Ma mostra la differenza, enorme, tra essere pagati per creare valore e possedere il valore che si crea.

Da quando ha lasciato la Red Bull, il linguaggio di Horner è cambiato. Lo ha detto lui stesso, di recente: “I’ve been a hired hand. I did 21 years sitting on the pitwall. I don’t need to go back to that.” Quello che cerca adesso, ha spiegato, è tornare “a partner, rather than just a hired hand.”

Il contratto del 2005 era un affare straordinario, per Horner. Nei ventun anni successivi è cambiato soprattutto il valore di quello a cui lavorava.

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Di Vittorio Gravel

Vittorio covers motorsport as a cultural ecosystem rather than a sequence of races. He focuses on people, contexts, and contradictions, blending reportage and analysis with a calm, direct tone. He prefers the details that reveal more than official statements ever do.