Nel 1964, la Ferrari vinse il mondiale di Formula 1 con i colori sbagliati.
Non con il rosso di Maranello ma il bianco e blu. Sotto le insegne di un team americano. Il NART, North American Racing Team. Perché Enzo Ferrari, in lite con la FIA e con l’ACI per la mancata omologazione della 250 LM, aveva deciso di togliere il rosso dalla sua stessa macchina. Il campione del mondo di quell’anno guidava per Ferrari, vinceva per Ferrari, ma sulla carrozzeria c’era scritto altro. Si chiamava John Surtees, e la storia più incredibile non era quella livrea. Era lui.
È l’unico pilota nella storia dello sport motoristico ad aver vinto il titolo mondiale sia in moto sia in Formula 1. Un record che esiste da sessant’anni e che nessuno ha mai avvicinato. Non perché nessuno c’abbia mai provato, ma perché i due mondi si sono separati nel tempo fino a diventare pianeti diversi. Chi viene dalle moto non passa alla F1. Chi viene dalla F1 non torna indietro. Surtees lo fece quando ancora sembrava possibile, e lo fece vincendo.
Non lo ricorda quasi nessuno.
Nato nel 1934 a Tatsfield, nel Surrey, crebbe in un’officina. Il padre correva in moto, e John imparò a smontare un carburatore prima di imparare molte altre cose. A diciotto anni era già in sella. A vent’anni il suo nome girava nei paddock. Con la MV Agusta, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, vinse sette titoli mondiali tra la 350cc e la 500cc: uno stile pulito, quasi chirurgico, la traiettoria perfetta ripetuta giro dopo giro senza sbavature. Una macchina da corsa che per qualche anno fu anche un essere umano.

Poi volle le quattro ruote.
Nel 1960 lasciò il motomondiale, nel quale dominava, per buttarsi nella Formula 1, dove era uno sconosciuto. Molti pensarono a un capriccio. In pochi anni si guadagnò un posto in Ferrari. Nel 1964, all’ultima gara in Messico, vinse il titolo mondiale contro Graham Hill e Jim Clark, al termine di una stagione che si decise nell’ultimo giro dell’ultima corsa. Quella macchina aveva la carrozzeria bianca e blu, ma il motore era di Maranello.
Era un uomo difficile, nel senso migliore del termine. Esigente fino alla maniacalità, capace di litigare con Enzo Ferrari in persona quando riteneva che la squadra non stesse dando il massimo. Non era il tipo da stringere mani e sorridere ai fotografi. Pretendeva la perfezione, da sé stesso prima di tutto, e poi da chiunque gli stesse intorno.
Fu proprio quel carattere a portarlo via dalla Ferrari nel 1966, in rotta con la squadra nell’anno in cui avrebbe potuto lottare ancora per il titolo. Passò alla Honda, e nel 1967, a Monza, regalò alla casa giapponese una vittoria rimasta negli annali: 0,2 secondi su Jack Brabham, in uno sprint finale che ancora oggi vale la pena cercare su YouTube anche solo per capire cosa significava correre in quell’epoca.

Negli anni Settanta fondò una propria scuderia, la Surtees Racing Organisation, e si batté contro i budget limitati e contro i colossi dell’epoca con la stessa ostinazione con cui aveva affrontato ogni curva della sua vita.
Nel 2009 suo figlio Henry, pilota di Formula 2, morì a Brands Hatch. Una ruota staccatasi da un’altra vettura lo colpì durante la gara. Aveva vent’anni.
Per un uomo che aveva dedicato l’intera esistenza alle corse, fu qualcosa. Surtees si batté per anni per la sicurezza in pista. Non smise di frequentare i circuiti. Non si ritirò in silenzio.
È morto nel marzo del 2017, a 83 anni.
Il suo record è ancora lì, ineguagliato. Nessun pilota ha mai vinto un mondiale iridato su due ruote e poi su quattro. Surtees lo fece sette volte in moto, una in macchina, e rimase sempre, in qualche modo, fuori dal pantheon dei grandi celebrati. Troppo schivo per costruirsi una leggenda. Troppo preciso per fare errori che diventano storie. Troppo reale per sembrare incredibile.
Eppure: un ragazzo che smontava carburatori nell’officina del padre è diventato l’unico uomo al mondo capace di vincere su due ruote e su quattro. Non in epoche diverse. Nella stessa vita, con lo stesso talento.

