Madring: il circuito di Madrid che ammazza le macchine

Il Madring fa già paura, e la Formula 1 non l’ha ancora provato

Durante test di Formula 3 sul Madring, in due giorni, ci sono state 19 bandiere rosse, tre telai e sospensioni rotte. James Vowles, team principal della Williams, lo ha messo a verbale su Sport, il quotidiano spagnolo: «è un tracciato che ammazza le macchine». È con questa premessa che la Formula 1 si presenta al suo primo Gran Premio di Madrid.

Il circuito è nuovo, l’asfalto non ancora consumato da un intero weekend F1. La Ferrari ci aveva girato a luglio per un filming day, ma su una versione ancora grezza del tracciato. Non conta, tecnicamente parlando. Il test F3 è stato il primo banco di prova vero, e il verdetto è stato piuttosto rumoroso.

Diciannove interventi di bandiera rossa distribuiti su tutto il giro, non concentrati in un punto solo. Questo è ciò che preoccupa davvero i team: non c’è una zona pericolosa da aggirare aggiungendo un pelo di margine, i pericoli sono dappertutto. Con il budget cap che comprime ogni voce di spesa, portare una monoposto contro il muro a Madrid non è soltanto sfortuna. Diventa un problema contabile.

Il chicane che non perdona

Freddie Slater, il leader del campionato F3 sostenuto da Audi, lo descrive come qualcosa tra Macau, i circuiti britannici di vecchio stampo e Jeddah. I muri non si allontanano all’uscita delle curve: ti arrivano addosso, tolgono la traiettoria, non perdonano chi prova ha inseguire il centimetro in più. Per trovare il ritmo bisogna spingere. Se si sceglie di restare entra i margini di sicurezza, si è semplicemente lenti.

Il punto più critico è il secondo chicane, ad alta velocità. I piloti vi arrivano a 340 km/h, dopo una delle sole due zone di accelerazione piena disponibili sul giro. Sbagliare lì significa finire nel muro. Anche sbagliare di poco. Le kerbs non lasciano spazio all’errore: basta un millimetro oltre e la macchina esce dalla traiettoria prevista.

La Monumental

La curva che definisce il Madring si chiama La Monumental: 24% di sopraelevazione, uscita completamente cieca, limitata dall’aderenza degli pneumatici. Simone Berra, chief engineer di Pirelli, la chiama «la curva più severa» del campionato. Rispetto al banking di Zandvoort, scarica sulle gomme dal 20 al 30% di energia in più. I piloti di Formula 3 ci hanno provato le traiettorie più diverse. Slater dice che in Formula 3 è praticamente piatta. In Formula 2 e in Formula 1, aggiunge, sarà probabilmente tutta un’altra questione.

Carlos Sainz, ambasciatore di questo Gran Premio, alla parata di Monza ha detto che i piloti erano rimasti «shocked» dal circuito. Nel senso positivo: sorpresi di trovare un tracciato con carattere autentico, in un calendario che negli ultimi anni ha aggiunto soprattutto asfalto anonimo. Poi ha precisato che tutti si aspettano safety car, bandiere rosse e gialle già in qualifica.

Una domenica che nessuno vuole nemmeno provare ad immaginare

La qualifica promette scintille. La gara è però un altro discorso.

Curve lente, pochissimi rettilinei, poche frenate marcate: i punti di sorpasso ovvi non ci sono. Alex Albon non ci ha nemmeno scherzato più di tanto: ha detto che di sorpassi probabilmente non se ne vedranno, e che chi si è goduto Monza farebbe bene a tenersi stretto quel ricordo. La speranza è che il caos gestito dagli interventi della safety car mantenga viva la gara.

Perez ha osservato che il Madring non è più pericoloso di Jeddah. Il che lascia già abbastanza margine per farsi del male. Jeddah ha prodotto l’incidente di Mick Schumacher nelle qualifiche del 2022, che distrusse la sua Haas e lo costrinse a saltare la gara.

C’è un precedente che nel paddock nessuno ha ancora dimenticato. Il primo GP di Baku, nel 2016, fu preceduto da un weekend GP2 con 17 ritiri nelle due gare. I piloti di Formula 1 corsero guardinghi, e la domenica fu piatta. Sainz conosce quella storia e chiede pazienza: il contratto del Madring dura dieci anni, il tempo per aggiustare il prodotto c’è. Come Miami, che nel 2022 esordì con quello che Sainz stesso chiama «bit of a disaster» e poi divenne un appuntamento da calendario.

Ma Madrid non ha il lusso dell’anonimato. La qualifica ha tutti gli ingredienti per essere memorabile. La domenica, nel frattempo, è ancora tutta da costruire.

Avatar photo

Di Vittorio Gravel

Vittorio covers motorsport as a cultural ecosystem rather than a sequence of races. He focuses on people, contexts, and contradictions, blending reportage and analysis with a calm, direct tone. He prefers the details that reveal more than official statements ever do.