La Divisione Calcio a 5 ha scritto “sold out” due volte in tre post. Poi, nelle stesse ore, tra le righe degli aggiornamenti ufficiali, spuntavano ancora i biglietti disponibili. Non è una contraddizione. È una comunicazione.
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Il numero ufficiale sugli spalti per la finale della UEFA Futsal Champions League. Un successo, dicono. E forse lo è davvero, se si considera il contorno.
C’era una squadra di basket, locale, storica, che costretta a migrare per la sua prima partita di playoff, la prima della serie che avrebbe potuto portarla in massima divisione, proprio per fare spazio all’evento. I suoi tifosi non l’hanno presa bene. Non era difficile prevederlo. Le tifoserie di basket, nelle città di basket, hanno una memoria lunga e una soglia di tolleranza corta.
C’era anche il sindaco, di centrosinistra, incastrato tra il governatore regionale di centrodestra che aveva sponsorizzato l’evento e i tifosi inferociti. La confluenza di interessi avrebbe dovuto proteggerlo politicamente. Non lo ha protetto dai fischi.

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Gli spettatori sugli spalti durante le semifinali. In una delle roccaforti del basket italiano. Una città che ha ospitato una delle squadre più iconiche della pallacanestro tricolore, che ha avuto anche un suo futsal maschile, di successo, per qualche anno, poi niente. Non è riuscito a sopravvivere ai propri fasti. Succede, negli sport che vivono ai margini dell’attenzione di massa.
L’Italia si aggiunge così alla lista delle nazioni che hanno ospitato la Final Four: Francia, Armenia, Lettonia, Croazia, Kazakistan. Il presidente della Divisione Calcio a 5 ha parlato di “capacità del sistema di essere riferimento e leadership nel panorama internazionale.” È una bella frase. Ci si può stare a lungo sopra. La Francia, per esempio, non ha solo ospitato l’evento, ha portato una squadra in Final Four due volte negli ultimi cinque anni. L’Italia non ha una squadra in Final Four dal 2015. Però è “riferimento e leadership.” Anche la Lettonia, in questo senso, è probabilmente un riferimento. E l’Armenia.
Il futsal italiano sembra costantemente impegnato a non raccontarsi per quello che è. Una disciplina che oggi fatica a occupare lo stesso spazio organizzativo di paesi che non figurano nelle prime pagine dello sport mondiale. Aggrappata ai piccoli centri, alle limitazioni che ne derivano, alle crisi economiche che la erodono a ogni ciclo. Quella attuale, ci dicono, peggiorerà almeno nei prossimi sei mesi. Il futsal non è un’eccezione.
Quei 5816 spettatori hanno avuto un costo. Negli sport minori il pareggio di bilancio è una chimera, un’araba fenice, dipende dal punto in cui la cerchi. Organizzare la UEFA Futsal Champions League è un’operazione di marketing per la disciplina, questo è chiaro. Ma la ROI andrà davvero a vantaggio del calcio a 5 italiano? O andrà a vantaggio di chi ha firmato i comunicati stampa?

Quasi lo dimenticavo.
A Santiago del Cile, qualche tempo fa, diecimila persone hanno pagato per guardare dal vivo qualcuno giocare a Valorant. Un torneo, una tappa di un tour internazionale, montepremi da un milione di euro. Nell’area ad accesso libero attorno alla venue, tra le 84.500 e le 130.000 persone. Il picco di spettatori per la finale: 883.064.
Per qualcosa di cui probabilmente ignoravate completamente l’esistenza.
E non lo hanno chiamato maxi evento.

