Il Brasile fa sembrare “normale” Vanin

Italia vs Brasile. È tante cose nell’immaginario collettivo, anche per chi non è calciofilo oltranzista. È Spagna 82, quando gli azzurri diedero un dispiacere nazionale ai verdeoro. È USA 94, quando l’Italia calciò al cielo di Pasadena e fuori dal Rose Bowl i rigori decisivi. È sinonimo di Coppa del Mondo, almeno fino a quando nazionale azzurra non ha mancato due qualificazioni di fila.

Quella del mondiale femminile di futsal è quasi un derby. Le azzurre avrebbero potuto recitare la parte degli azzurri di quel mondiale in Spagna, di quel leggendario 3-2. Almeno fino a quando la partita non inizia e il Brasile segna dopo appena 30 secondi.

Le azzurre pareggiano grazie a un pallone calciato non benissimo che passa in mezzo a troppe gambe, anche quelle del portiere brasiliano. Come ha detto Vincenzo Montella a uno dei suoi attaccanti ai tempi della Fiorentina: “L’importante è calciare in porta, agli angoli poi ci va da sola”. Perché difficile, sostiene “l’aeroplanino”, colpirla sempre bene.

Ma la partita finisce lì

Il Brasile, questo Brasile di futsal femminile, fa sembrare Debora Vanin… “normale. Amandinha porta le avversarie a spasso per il campo come si fa con i bambini al parco. È questa una squadra che può permettersi di lasciare fuori per lunghi tratti Taty, Amandinha e Vanin e continuare a dominare.

La vera forza di questo Brasile è nella normalità di gesti tecnici e atletici che normali non sono. Non lo sono mai stati, tranne che per loro.

Se avete mai partecipato a una competizione agonistica, fosse anche il torneo di briscola al paesello dei vostri nonni, probabilmente conoscete quella sensazione che si prova quando davanti avete qualcuno decisamente più “forte” di voi. Ecco, giocare contro questo Brasile è probabilmente così.

Il dominio tecnico

Se non hai mai il controllo della palla, difficile decidere il ritmo. Se la palla calciata in porta finisce agli angoli con irritante sistematicità, anche uno dei migliori portieri al mondo può fare poco.

Battere questo Brasile femminile è un affare estremamente difficile, anche ammesso che si riesca a pareggiare la loro abilità tecnica. Quando c’è in palio qualcosa come la prima storica Coppa del Mondo (già è la prima), l’impresa è paragonabile a quella di scalare tutti gli ottomila in inverno. Nello stesso inverno.

Si può battere un Brasile dominante? Sì, ma ci vogliono anni e una mentalità simile a quella dell’Argentina di Diego Giustozzi.

Spietate fino alla fine

Questo è un Brasile sportivamente spietato. Capace di chiedere una revisione al VAR dopo un fallo al quale è seguita un’espulsione per le avversarie, a una manciata di giri di lancette dal fischio finale. È la mentalità di chi sa che deve andare incontro al suo destino. Se non raggiunge la meta finale, trovarsi sul gradino più alto del podio di questa manifestazione, sarà solo per suo demerito.

Battere le verdeoro sarà un’impresa di quelle che possiamo definire impossibile. Ma lo era anche quella di Nirmal Purja, prima che lo scalatore nepalese riuscisse a raggiungere la cima di tutte le 14 vette sopra gli ottomila in soli sei mesi, in una sola stagione alpinistica.


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