Derby Millwall-West Ham: l’odio sopravvissuto ai moli del Tamigi

Ci sono partite che non si giocheranno mai per la classifica. Mai.
Perché due quartieri di Londra, a un certo punto, hanno deciso di non sopportarsi, e nessuno ricorda più con esattezza quando e perché.

Millwall-West Ham è una di queste. Est di Londra, un tempo stessa riva del Tamigi, stessa aria di sale e ferro. Il Millwall nasce nel 1885 sull’Isola dei Cani, tra gli operai di una fabbrica di conserve, in buona parte scozzesi arrivati fin lì a lavorare in mezzo ai magazzini. Il West Ham arriva dieci anni dopo, un po’ più a nord, dalla Thames Ironworks, il cantiere che costruiva navi da guerra. Da una parte i portuali, dall’altra i calderai. Uomini con le stesse mani rovinate e le stesse paghe misere, che bevevano in pub a pochi isolati di distanza e trovavano comunque il modo di odiarsi. Succede più spesso tra vicini che tra estranei.

Poi c’è la leggenda, di quelle che nessuno approfondisce perché rovinarle sarebbe un peccato. Sciopero generale del 1926: i portuali di Millwall fermi, gli uomini dall’altra parte del quartiere al lavoro. Da lì un rancore che si tramanda come un cappotto buono, di padre in figlio, anche se ha le maniche già logore. Che sia andata davvero così conta meno del fatto che la storia venga ancora raccontata, quasi sempre da chi ha bevuto quella birra in più.

Nel 1910 il Millwall attraversa il fiume e si stabilisce a sud, a New Cross. Il Tamigi smette di essere uno spazio comune e diventa un confine. Di qua un pezzo di città, di là un altro, e in mezzo l’acqua scura. Scura come il livore di due tifoserie che non si sono mai più perdonate nulla. Poi i moli chiudono. Negli anni Ottanta le banchine si svuotano, le gru vengono smontate, il lavoro che aveva generato tutto quell’orgoglio sparisce nel giro di pochi inverni. Dove c’erano i magazzini crescono Canary Wharf e le sue torri di vetro. Sull’Isola dei Cani, dove il Millwall è nato, oggi passano impiegati delle multinazionali con il badge al collo. Il Docklands Light Railway scivola tra i grattacieli senza conducente, illuminato da quella luce fredda, da laboratorio, e nessuno dei passeggeri sa che sotto i binari c’era una banchina che era un pezzo dell’orgoglio locale.

Il mondo che aveva prodotto l’odio è stato demolito, ma l’odio è rimasto. Come un inquilino che non ha mai ricevuto lo sfratto e continua a pagare l’affitto di una casa che non esiste più. È questa la parte che il calcio non riesce a spiegare da solo. Un derby non ha bisogno di un motivo attuale, gli basta un’identità da difendere.

Il Millwall ha scelto la sua da tempo, e l’ha messa in una canzone. “No one likes us, we don’t care”, cantata sulla melodia di Sailing di Rod Stewart, che è già di suo un piccolo capolavoro d’ironia: un inno alla partenza dolce, dedicato ai marinai, alla nostalgia, usato poi però per dire al mondo che il mondo può andare al diavolo. Chi non è del Millwall la prende per una minaccia. Chi lo è la canta con un mezzo sorriso, perché sa che è anche una battuta. Essere il cattivo designato, quando lo sei davvero solo in parte, è una maschera comoda. Ti dà una forma. Ti evita di spiegarti.

Dall’altra parte il West Ham si racconta diversamente. Il club della Academy, del calcio bello da vedere, dei tre ragazzi di casa (Moore, Hurst, Peters) che nel 1966 formarono l’ossatura dell’Inghilterra campione del mondo. La canzone è “I’m Forever Blowing Bubbles”. Bolle di sapone e malinconia, un pezzo che sembra scritto per un asilo più che per una curva. Anche questa è una maschera, anche questa è in parte qualcosa di comodo. Il romanticismo come marchio di fabbrica, la tradizione come alibi per tutto quello che non ha funzionato.

Il derby è l’unico posto in cui le due maschere si confrontano. Faccia a faccia. Nessuna delle due regge il confronto, del tutto. Il Millwall scopre di non essere solo quello che ti rovina il sabato. Il West Ham scopre che sotto il velluto c’è ancora del ferro, e che certi ricordi sono meno dolci di come vengono cantati.

Arriva però, inevitabile come la neve a natale da quelle parti, un pezzo della storia che nessuno dei due club rivendica volentieri. Gli anni in cui la rivalità ha avuto due sigle e due reputazioni, gli hooligan del West Ham e quelli del Millwall, e il cinema e i giornali hanno passato decenni a raccontarle con la stessa fame di chi rallenta per guardare un incidente stradale. Nel 2005 Green Street ha portato la cosa fino a Hollywood, con Elijah Wood nei panni di un americano finito nelle risse di strada tra hooligan. Il 25 agosto 2009, a Upton Park, per una partita di Coppa di Lega che sulla carta valeva poco, ci furono invasioni di campo, scontri fuori dallo stadio, un accoltellato, e il West Ham vinse 3-1 dopo i supplementari. Il punteggio l’hanno dimenticato quasi tutti. Quella serata no.

E infatti il risultato, qui, non è mai stato il punto. Le due squadre non si incontravano dal febbraio 2012, quando a Upton Park vinse il West Ham 2-1: quattordici anni di silenzio, e il silenzio fa il lavoro che la classifica non fa più. Ogni sfida diventa un evento, un referto, un pretesto per rimettere in moto una memoria mai davvero sopita. Non conta chi sale di categoria o chi retrocede. Conta ricordare a un quartiere, e a quello di fronte, chi sono stati i suoi nonni e con chi non sono mai andati d’accordo.

Prima di una di queste partite, dicono, in certi pub tra Bermondsey e Stratford il rumore si abbassa. Non è paura e non è rispetto. È il silenzio di chi sta ascoltando qualcosa che ti entra nelle ossa passando da terra.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.