Cruijff allenatore. L’Ajax ritrovato, senza patentino
Heinz Stuy, Wim Suurbier, Barry Hulshoff, Horst Blankenburg, Ruud Krol, Arie Haan, Johan Neeskens, Gerrie Mühren, Johnny Rep, Johan Cruijff, Piet Keizer. Gli undici della Grande Ajax che dominarono l’Europa dal 1971 al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni consecutive. Poi venne il ridimensionamento, come accade quasi sempre dopo gli anni d’oro.
Il club rimase prestigioso, ma in Europa non fu più lo stesso. Finché il 6 giugno 1985 l’Ajax prese una decisione che all’epoca parve anomala e che oggi sembra quasi scontata: affidò la panchina a Johan Cruijff. L’uomo simbolo del club, il giocatore che aveva incarnato il calcio totale, privo di qualsiasi patentino da allenatore.
In un’epoca in cui le gerarchie federali erano considerate intoccabili, la nomina era già di per sé un atto di rottura. Cruijff non la viveva come una provocazione. La sua posizione era più elementare: il calcio non si studia soltanto sui manuali, si vive, si sbaglia, si reinventa. Aveva chiuso la carriera al Feyenoord, passaggio che a Rotterdam avevano accolto con più entusiasmo che ad Amsterdam e si ritrovò quasi subito a guidare il club che lo aveva trasformato in un simbolo mondiale. L’Ajax, in quel momento, era ancora una società di nome pesante ma lontana dall’aura dei primi anni settanta. Doveva ritrovare una direzione riconoscibile.

Il suo modo di allenare non assomigliava a quello dei tecnici della sua generazione. Ogni esercizio aveva una ragione precisa. Non tollerava il gesto fine a sé stesso. Pretendeva che il pallone fosse trattato come il protagonista della partita e che ogni passaggio avesse un senso, non solo una destinazione. La frase che gli viene attribuita più spesso: «giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è molto difficile». No, non era un aforisma da spogliatoio. Era il programma di ogni seduta.
Chi lavorò con lui in quegli anni racconta esercitazioni che sembravano elementari e che nascondevano invece una complessità precisa: riduzione degli spazi, velocità di pensiero, occupazione razionale del campo, possesso orientato a costruire superiorità numerica. Concetti che oggi vengono trattati come fondamentali in qualsiasi corso UEFA, ma che nella metà degli anni ottanta erano ancora considerati avanguardia.
La squadra che Cruijff costruì non era pensata per difendersi. Doveva dominare il gioco. Se l’avversario segnava due gol, bisognava segnarne tre. Se pressava alto, bisognava attirarlo ancora più avanti. Era una filosofia che discendeva direttamente dal calcio totale, ma che lui stava già trasformando in qualcosa di personale.
La generazione che passò dalle sue mani
In quegli anni passò dalle sue mani una generazione straordinaria. C’era Marco van Basten, centravanti di un’eleganza difficile da eguagliare. C’era un giovane Frank Rijkaard, destinato a diventare uno dei centrocampisti più intelligenti della sua epoca. C’era John Bosman, attaccante prolifico che avrebbe lasciato il nome non solo nei tabellini ma nella storia del diritto sportivo europeo, con la sentenza che porta ancora oggi il suo cognome. E poi Jan Wouters, Danny Blind, Sonny Silooy, Aron Winter, arrivato in Italia prima con la Lazio, poi con l’Inter.

Il rapporto con Van Basten era diverso da quello con gli altri. Cruijff vedeva nell’attaccante una capacità rara di interpretare gli spazi e cercava di spingerlo oltre il ruolo puro del goleador. Non gli bastavano i gol: voleva comprensione del gioco, partecipazione alla manovra, lettura delle situazioni.
Il primo successo arrivò nel 1986: la Coppa d’Olanda, conquistata contro il Roosendaal. Nell’86-87 i biancorossi vinsero un’altra Coppa nazionale e riportarono ad Amsterdam un trofeo europeo che mancava da quattordici anni. La Coppa delle Coppe fu vinta ad Atene contro la Lokomotiv Lipsia. A deciderla fu un colpo di testa di Van Basten.
Cruijff non era un allenatore facile. Esigente fino all’estremo, poteva essere affascinante e durissimo nel giro di pochi minuti. Tendeva ad aspettarsi che i giocatori ragionassero come lui, e dava spesso l’impressione di vedere il gioco qualche secondo prima degli altri. Le discussioni con dirigenti e federazioni furono frequenti. Quella sul patentino restò aperta per tutta la durata del suo mandato: non aveva alcuna intenzione di adattarsi a una convenzione che, a suo parere, non misurava nulla di rilevante.
Lasciò l’Ajax il 4 gennaio 1988. Due Coppe d’Olanda e una Coppa delle Coppe in poco più di due anni. Il bilancio in trofei era importante, ma il lascito vero era un altro: Cruijff aveva rimesso al centro un principio che molti club avrebbero impiegato decenni a interiorizzare, e cioè che il modo in cui si vince non è separabile dalla vittoria stessa.
Pochi mesi dopo era a Barcellona. Lì avrebbe costruito il Dream Team e trasformato la Cantera sul modello Ajax, portando il metodo di De Meer dentro la Masia. Quella parte della storia è più raccontata. Ma comincia qui.

