Women’s Pro Baseball League: Springfield, quattro squadre e un calcolo preciso

Atleta stilizzato in movimento con sfondo semplificato

Il primo agosto, a Springfield, Illinois, quattro squadre di baseball femminile professionistico hanno cominciato a giocare. Boston, New York, Los Angeles, San Francisco. Tutte in trasferta, per tutta la stagione, in un unico stadio nel mezzo degli Stati Uniti.

Robin Roberts Stadium: 5.400 posti, erba sintetica, in una città di 115.000 abitanti sonnolenta e placida come tante città del Midwest. È un inizio deliberatamente contenuto, il tipo di scelta che di solito viene vista come una limitazione e che invece dovrebbe essere letta come una strategia. Quella dalla quale dovrebbero imparare tanti presidenti di squadre di sport minori.

Quindi: “Let’s Play Ball”, anche se probabilmente non ve ne siete accorti. Non è una critica.

La lega si chiama Women’s Pro Baseball League, WPBL, ed è la prima lega professionistica di baseball femminile negli Stati Uniti da quando esisteva l’All-American Girls Professional Baseball League. La lega magistralmente raccontata in un film perché il film viene sempre prima. A League of Their Own, 1992, Penny Marshall alla regia, Tom Hanks che urla e Geena Davis che lo guarda con la compostezza di chi sa di valere il doppio senza dover dimostrarlo. Madonna nel cast, sufficientemente fuori registro da essere perfetta. In Italia l’hanno tradotto Ragazze Vincenti, che è uno di quei titoli dove capisci che il traduttore non aveva visto il film.

Scena sportiva astratta con figure semplificate

La lega fu fondata nel 1943 da Philip K. Wrigley. Sì, quello del chewing gum, quello dei Chicago Cubs, quando la Seconda Guerra Mondiale stava svuotando le rose delle Major League e Wrigley temeva che gli stadi rimanessero vuoti. Non fu un gesto di magnanimità. Fu un calcolo. Le donne giocavano, il pubblico veniva, la macchina girava. Poi la guerra finì, i giocatori tornarono, e la lega tirò avanti comunque fino al 1954, quando si sciolse per mancanza di fondi e di giocatrici da reclutare. Più di 500 donne, in dodici anni, avevano guadagnato abbastanza da permettersi il college dopo aver appeso al chiodo il guantone.

La WPBL però non è una soluzione dei tempi di guerra. È un esperimento di mercato, un prototipo messo lì per vedere cosa succede.

Quattro squadre, quindi. Quindici giocatrici ciascuna. Cap salariale a 95.000 dollari per l’intero roster per sette settimane. Se fate una bella divisione, il risultato è circa 6.300 dollari a testa per l’intera stagione. Non è molto. È meno di quello che prendono i giocatori nelle leghe minori maschili di livello comparabile. Se siete europei potete fare quasi una conversione contabile 1:1.

Le atlete più note, Kelsie Whitmore, prima scelta assoluta al draft per San Francisco, e Mo’ne Davis, che nel 2014 a tredici anni aveva lanciato uno shutout ai Little League World Series, godono di contratti di sponsorizzazione propri, separati dal monte ingaggi della lega. Wilson Sporting Goods per Davis, Tadano per la giapponese Emi Saiki. Il modello funziona in entrambe le direzioni: le giocatrici credono nel progetto abbastanza da partecipare a condizioni che altrove rifiuterebbero, e la lega tiene i costi abbastanza bassi da sopravvivere al primo anno senza bisogno di un mecenate.

Sketch di atleta in corsa con linee essenziali

ESPN e la Scripps Sports Network sono già a bordo come broadcaster: 37 partite in streaming, 11 in simulcast televisivo. La copertura nazionale c’è. Il prodotto esiste. Adesso si tratta di vedere se esiste un interesse concreto ed espandibile del pubblico.

Vale la pena fermarsi, qui. Perché questo è il punto dove gli sport minori sbagliano quasi sempre. Si punta tutto sull’ambizione dei grandi numeri: serie nazionali con sedici squadre, lunghe trasferte, un calendario impossibile.

Il finale di questo elefantiaco bisogno di sentirsi grandi è sempre lo stesso. Squadre che muoiono nell’indifferenza dopo due stagioni, avendo bruciato energie e soldi senza mai costruire qualcosa che potesse andare oltre l’ego ipertrofico di qualche personaggio locale. Il talento si disperde, lo spettacolo latita, il pubblico che aveva pagato il biglietto smette di tornare.

La WPBL ha fatto l’opposto: meno squadre significa concentrazione di talento, e concentrazione di talento significa che chi paga il biglietto, o l’abbonamento ESPN, vede qualcosa che non lo fa sentire derubato. Non una partita tra il Ragtag Athletic e i Picnic Rovers. Perché alla fine non importa quante coppe abbiano vinto i Picnic Rovers nella loro storia societaria. Lo spettacolo è l’unica moneta che vibra alla frequenza giusta.

Se la stagione funziona, Springfield diventa un punto di partenza. Se non funziona, rimane un tentativo onesto fatto con la testa. In entrambi i casi, ottanta anni dopo l’AAGPBL, le donne sono di nuovo in campo. Stavolta senza una guerra come giustificazione.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.