Il sorriso di Superswede
C’era un tempo, negli anni Settanta, in cui la Formula 1 sapeva ancora di benzina vera, di gomme che fumavano in curva e di piloti che sembravano usciti da un romanzo d’avventura. In quel tempo, tra i cordoli di Monza, di Zandvoort e del Nürburgring, correva un ragazzo svedese con un sorriso timido: Ronnie Peterson.
Lo chiamavano «SuperSwede», e non era soltanto un soprannome da rotocalco. Chi lo vedeva guidare raccontava di un’auto che sembrava danzare più che correre, in perenne bilico tra controllo e abbandono, come se Ronnie cercasse il limite estremo solo per il gusto di toccarlo con un dito. I cronisti dell’epoca scrivevano che nessuno, prima di lui, aveva reso il controsterzo un gesto quasi elegante: una firma personale lasciata sull’asfalto a ogni tornante.
Il talento si notò già sui kart, e poco dopo arrivarono le prime vittorie e i primi titoli in Formula 3. Arrivò in Formula 1 nel 1970, e ben presto tutto il paddock capì che quel ragazzo taciturno nascondeva qualcosa fuori dal comune. Guidava la March, poi dal ’73 la Lotus di Colin Chapman, l’uomo che vedeva in lui uno dei piloti più veloci mai saliti su una monoposto: con la Lotus, Ronnie raccolse sette successi.

Chi lo ha conosciuto racconta ancora di un uomo gentile, quasi timido fuori dall’abitacolo. Non cercava la fama, non amava i riflettori: amava la guida pura, il gesto tecnico portato all’eccellenza. Forse per questo i colleghi lo rispettavano davvero, non per obbligo di paddock. E forse per questo la Formula 1 andò ad Anderstorp per quattro stagioni consecutive, dal 1975 al 1978: in Svezia, quella popolarità, bisognava coltivarla.
Nel ’76 lasciò la Lotus dopo diversi contrasti e tornò alla March nel corso della stessa stagione, dove trovò ancora una vittoria. Nel ’77 passò alla Tyrrell, senza che la macchina gli desse molto in cambio. Nel 1978 tornò alla Lotus, e doveva essere il suo anno: una stagione da protagonista, accanto a Mario Andretti, che stava vivendo l’annata migliore della sua carriera. Ronnie, da pilota leale qual era, aveva persino accettato un ruolo di seconda guida pur vincendo due gare, ma sapeva di non poter restare un buon secondo per sempre. Così la McLaren lo ingaggiò per la stagione successiva, dove avrebbe potuto lottare finalmente per il titolo. Ma il destino, quel 10 settembre a Monza, decise diversamente. Un incidente alla partenza, la monoposto contro le barriere, e poi quella notte di attesa all’ospedale Niguarda. Ronnie Peterson non ce la fece, e il giorno dopo il mondo della Formula 1 si fermò.
Eppure, a distanza di decenni, quando si parla di lui tra gli appassionati di una certa età, la voce si fa quasi sempre più dolce. Si ricordano le sue derapate impossibili, il coraggio con cui affrontava la pioggia, la generosità con cui divideva la pista con gli avversari. Si ricorda un sorriso timido e uno stile di guida che sembrava arrivare da un’epoca più romantica, più pericolosa, più vera, no? Una di quelle epoche che nessuno vuole davvero rivivere, ma che tutti continuano a rimpiangere.
Ronnie Peterson non vinse mai il titolo mondiale. Ma ci sono piloti che non si misurano in campionati: si misurano nel come hanno fatto innamorare una generazione della velocità, e nel peso specifico del vuoto che si sono lasciati dietro.

