C’era un tempo in cui l’esports aveva un’anima. Era grezzo, disordinato, pieno di difetti. Era roba nostra. Ora, invece, somiglia a un prodotto confezionato per investitori e per un pubblico che non lo capisce nemmeno.

Il problema non è la crescita in sé. È il modo in cui si è cercato di crescere: con trasmissioni asettiche, eccessivamente scenografiche e un’ossessione per la legittimità a ogni costo. Come ha scritto su Twitter (si mi rifiuto di chiamarlo X) KEG, caster di Marvel Rivals: «Una trasmissione esports perfetta, sterile e senza anima fa più danni di qualsiasi errore in diretta». E non ha tutti i torti.

Gli esordi dell’Overwatch League e il valore dell’imperfezione

Mi tornano in mente gli esordi dell’Overwatch League: giocatori che facevano smorfie davanti alla telecamera, commentatori che scherzavano senza peli sulla lingua, riprese che inquadravano sedie vuote sul palco. Era un caos totale. Ma era vivo, autentico. Era l’esports che viveva il suo momento, senza la pretesa di essere chissà cosa: una comunità di appassionati che finalmente aveva il suo spazio.

Oggi, invece, si spendono da 75.000 a 200.000 dollari al giorno per trasmissioni di League of Legends in arene gremite. Tutto professionale, tutto a posto. Ma a quale prezzo? Quello di un’industria che si ostina a volere essere mainstream a tutti i costi, anche se questo significa perdere l’anima per strada.

Il paradosso della crescita

L’esports ha tentato di conquistare il grande pubblico con effetti speciali, creator famosi e una messinscena che grida: «Siamo legittimi! Siamo fighi!» Ma la domanda sorge spontanea: per chi? Per gli investitori sauditi che lo vogliono usare come vetrina? Per i fan occasionali che non sanno nemmeno cosa sia un bo3 o un bo5?

La comunità dei picchiaduro, ad esempio, resiste ancora con i suoi tornei “far west”: scommesse tra giocatori, sedie rotte sul palco, trasmissioni amatoriali. È lì che si respira ancora aria di autenticità. Ma anche lì la mano dei finanziatori inizia a farsi sentire, con showmatch di creator che non giocano nemmeno, solo per fare audience.

Chi paga il prezzo?

I veri appassionati. Quelli che si emozionavano per un meme in chat o per un errore di regia. Quelli a cui non servono fuochi d’artificio per appassionarsi. L’esports spende milioni per impressionare chi non lo guarderà mai, mentre trascura chi lo ha reso grande.

La soluzione sarebbe accettare di restare una nicchia. Smettere di inseguire il sogno mainstream e tornare a godersi lo spettacolo. Perché l’esports non deve essere perfetto. Deve essere autentico.

Nota a Margine: La corsa alla legittimità ha trasformato l’esports in un prodotto per investitori, non per appassionati. Il problema non è come crescere, ma perché crescere. E se la risposta è solo «per attirare più soldi», allora non vale la pena.

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Di Adrian Kovacs

Adrien is an international reporter and analyst who works at the intersection of sports, politics, and industry. His writing is precise and sharp, and he has a natural instinct for finding stories where others see nothing. He moves between airports, arenas, and confidential documents.