Ci sono storie che esistono solo per chi c’era. Non escono dai palazzetti, non producono highlight, non le trovate scritte da nessuna parte. Gli sport minori ne sono piene, e il futsal femminile ne ha più di quante ne meriti.
Alessia è una di queste.
Ha vinto più di quanto i suoi piedi lasciassero prevedere. I suoi piedi hanno il tocco di un tombino di ghisa sull’asfalto bagnato, ma è da lì che parte tutto il resto. Alessia l’ha sempre saputo. Quella consapevolezza, invece di bloccarla, ha costruito tutto quello che i suoi piedi non potevano.
La consapevolezza è uno di quei dati che le statistiche non catalogano. Non sta nella colonna dei gol segnati, non affiora nelle classifiche di fine stagione. Eppure decide più cose di quanto si voglia ammettere. Decide chi riesce a restare ad alto livello senza il talento che giustificherebbe la presenza, chi occupa il campo con qualcosa che assomiglia all’autorità più che alla tecnica. Alessia aveva quella roba. E l’aveva nel modo in cui ce l’hanno in pochi, cioè senza saperla nominare.

L’ho vista con le lacrime ferme sulle guance mentre mi raccontava delle delusioni. Quelle personali, quelle che arrivano comunque, nello sport come fuori. I palazzetti, alla fine, hanno gli stessi corridoi del resto della vita.
L’ho vista alzare trofei. Giocare tantissimo, andare dove era necessario, fare quello che andava fatto. Non è allenabile, questa cosa. Un pò come il piede: puoi raffinarlo, ma se manca il presupposto, non ci arrivi. Alessia aveva il quella roba lì. Stava nel carattere, spigoloso a volte, ma presente. E gli angoli della mente si smussano più facilmente degli angoli retti nei piedi.
Guardarla giocare era guardare qualcuno che non avrebbe dovuto essere lì, e invece c’era. Che faceva giocate che venivano forse dall’incoscienza, forse dal caso, ma certamente da roba che non si costruisce in settimana, durante gli allenamenti.
Spero smetta davvero. Spero non si lasci convincere a tornare, perché carriere come la sua meritano la stessa dignità con cui sono state giocate. Con la consapevolezza, ancora lei, che prendere palla o il piede dell’avversario spesso portano allo stesso posto.
Ci si vede quando passi da qui. Sai dove scrivo, di solito. Love You.

