La partita è Minnesota Twins contro Philadelphia Phillies. MLB. Major League Baseball. Probabilmente non vi dice nulla e va bene così, per il momento.
Quel che importa non è la partita. Non è nemmeno il baseball, anche se varrebbe la pena ricordare che è lo sport nazionale del Giappone. Il che è già abbastanza strano, dato che a portarcelo sono stati gli americani, quelli delle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Il baseball è la seconda disciplina più praticata in America Latina, dietro al calcio. Eppure nessuno lo associa a quei posti, a quella gente. È uno sport che esiste da qualche parte ai margini dell’immaginario europeo, sempre un passo fuori fuoco.
Questa partita, la notte del 13 agosto 2026, si gioca a Dyersville, Iowa. E Dyersville, Iowa, è il posto dove hanno girato Field of Dreams.
Se non l’avete visto, recuperatelo. Se l’avete visto, guardatelo di nuovo. Il romanzo da cui è tratto, Shoeless Joe di W.P. Kinsella, è molto meglio del film. Succede spesso. Il film uscì nel 1989 e fu un mezzo disastro al botteghino; poi, nel tempo, diventò qualcos’altro. Un oggetto di culto. Uno di quei film che la gente non cita per la trama ma per come si è sentita la prima volta che lo ha visto.

Da quando scrivo di sport, ogni anno che disputano questa partita mi ritrovo a scriverci qualcosa sopra. Non perché il risultato conti, perché non conta. Ma perché è l’esempio più chiaro che conosco per spiegare perché lo sport ci prende come ci prende.
Nella scena più famosa del film, i giocatori escono dal campo di granoturco come fantasmi che riprendono corpo. È una cosa assurda, razionalmente. Eppure funziona, ogni volta, su chiunque l’abbia vista. Perché per un momento sospende quello che sappiamo degli adulti: che i fantasmi non esistono, che i morti non tornano, che il passato è finito. E ci riporta da qualche parte in cui la sorpresa era ancora possibile. Non è nostalgia. È qualcosa di più fisico: la sensazione di quando si credeva davvero.
Quella scena si replica dal vivo, su un campo di granoturco a Dyersville. Niente spalti improvviati ma un piccolo stadio. Gente che arriva dall’Iowa, dall’Illinois, dal Minnesota, da tutti gli Stati Uniti, per guardare due squadre che probabilmente non tifano in una città in cui non vivono, giocare una partita che non decide nulla. E ci vanno lo stesso. In migliaia.

Qualcuno, da qualche parte, continua a pensare che il problema degli sport minori sia il risultato. Che se vincessero di più, se i campionati fossero più equilibrati, se le squadre fossero più competitive, allora la gente arriverebbe. È un errore che si ripete, con una certa ostinazione. Le squadre peggiori del mondo hanno tifoserie enormi. L’Arsenal ha aspettato vent’anni per rivincere la Premier League; quando è successo, i tifosi non festeggiavano l’accesso economico alla Champions League. Festeggiavano il fatto di poter dire ai propri figli: adesso ci sei anche tu. Di condividere qualcosa che fino ad allora era solo un ricordo sbiadito dei vecchi.
La MLB, una volta all’anno, va a Dyersville a ricordarsi di questo. A ricordarsi che prima dei contratti televisivi, del merchandise, degli stipendi astronomici dei giocatori, c’è quella gente sugli spalti. Quella che per una sera di agosto ha attraversato mezza America per stare lì, in un campo di granoturco, ad aspettare che qualcuno esca dal granturco.
“If you build it, he will come.”

