Alberto Malesani, oltre la sfuriata: storia di un allenatore

Alberto Malesani, molto più di una sfuriata

C’è una generazione di tifosi che quando sente nominare Alberto Malesani pensa subito a una conferenza stampa. A una sfuriata. A una frase diventata meme prima ancora che la parola “meme” entrasse nel linguaggio comune del calcio.

Eppure ridurre Malesani a quei pochi minuti davanti a una telecamera significa dimenticare quasi tutto il resto.

Il 16 dicembre 2005, ad Atene, l’allenatore veronese si presenta in conferenza stampa dopo un pareggio del suo Panathinaikos contro l’Iraklis. La stagione è complicata, le critiche aumentano e in sala qualcuno ride mentre parla. Malesani reagisce male, chiede rispetto, alza i toni. Il filmato farà il giro dell’Italia e, negli anni successivi, diventerà uno dei video più conosciuti del calcio italiano.

Ma quella scena racconta soltanto una parte della storia.

Prima delle conferenze finite su YouTube c’era stato un allenatore che aveva costruito la propria carriera partendo dal basso. Settore giovanile del Chievo, categorie minori, anni passati a imparare il mestiere lontano dai riflettori. Un percorso lungo, fatto di gavetta vera.

Quando arriva in Serie A con la Fiorentina si trova a gestire una squadra ricca di talento, con giocatori come Gabriel Batistuta e Rui Costa. Non è soltanto un tecnico dal carattere acceso. È un allenatore con idee precise, che prova a proporre un calcio offensivo e organizzato.

La consacrazione arriva però a Parma.

Alla fine degli anni Novanta il club emiliano possiede una delle rose più forti d’Europa. In campo ci sono Buffon, Thuram, Cannavaro, Sensini, Verón, Crespo, Chiesa. Nomi che ancora oggi bastano da soli a evocare un’epoca.

A guidarli c’è Malesani.

Il 1999 resta il punto più alto della sua carriera. In pochi mesi il Parma conquista Coppa Italia, Coppa UEFA e Supercoppa italiana. La finale europea contro il Marsiglia, vinta 3-0 a Mosca, rappresenta il capolavoro di quella squadra: aggressiva, veloce, costruita per attaccare.

Molti ricordano il personaggio.

Forse troppo pochi ricordano il tecnico.

Perché Malesani è stato un allenatore capace di vincere in Italia e in Europa, non una semplice figura folkloristica del pallone. Il suo Parma rimane una delle squadre più interessanti del calcio italiano di fine Novecento.

Naturalmente la carriera di un allenatore non vive soltanto di successi.

Dopo Parma arrivano stagioni più complicate. Verona, Modena, Udinese, Empoli, Siena, Bologna, Genoa, Palermo, Sassuolo. I risultati non sono più quelli degli anni migliori e l’immagine pubblica di Malesani finisce progressivamente per sovrapporsi alle sue conferenze stampa.

Nel dicembre del 2011, sulla panchina del Genoa, arriva un’altra scena destinata a restare nella memoria collettiva.

«Io mollo? Ma quale mollo!»

Anche in quel caso l’origine della reazione è la stessa: la sensazione di vedere liquidato il proprio lavoro con troppa superficialità.

Si può sorridere riguardando quei filmati. È normale farlo.

Ma sarebbe un errore fermarsi soltanto alla battuta.

Malesani appartiene a una generazione di allenatori che vivevano il proprio mestiere in modo viscerale. A volte esageravano, a volte sbagliavano. Però era quasi impossibile non capire cosa pensassero davvero.

Oggi il calcio è cambiato.

Gli staff sono più grandi, l’analisi dei dati è diventata centrale, la comunicazione è spesso studiata nei minimi dettagli. È un’evoluzione naturale e in molti casi positiva. Ma qualcosa si è perso per strada.

Molte conferenze stampa finiscono per assomigliarsi. Molti allenatori parlano utilizzando lo stesso linguaggio, le stesse formule, gli stessi concetti.

Malesani no.

Nel bene e nel male, era sempre riconoscibile.

Forse è questo il motivo per cui continuiamo a ricordarlo.

Non soltanto per una sfuriata ad Atene o per una frase urlata davanti ai giornalisti. Ma perché dietro quei momenti c’era una persona che metteva sé stesso nel proprio lavoro, senza grandi filtri.

Dopo aver lasciato le panchine si è dedicato anche alla sua passione per il vino. Il suo nome, però, continua a riemergere ciclicamente ogni volta che il calcio mostra un lato più spontaneo e meno controllato.

E allora, quando tornerà a circolare quel vecchio video girato in Grecia, forse varrà la pena ricordare anche il resto.

Le coppe vinte a Parma.

Le stagioni costruite partendo dal basso.

Gli anni passati sui campi prima che arrivassero la notorietà e le caricature.

Perché le conferenze stampa passano, i tormentoni pure.

Le carriere, invece, meritano di essere ricordate per intero.