Avere tempo per tutto. Lo dico sempre, poi apro il telefono e lì trovo una lista che mi fissa, contrariata.
Quando ho visto che Netflix avrebbe trasmesso in diretta 49ers-Rams, il primo pensiero non è stato il football americano. È stato: ho ventiquattro ore. Ventiquattro, non una di più. Giovedì c’è la Champions. Poi vorrei vedere la quarta stagione di Ted Lasso. Si parla di calcio femminile: non è il mio terreno, ma è lì, e mi incuriosisce. C’è Chad Powers, seconda stagione. E se le giornate fossero più lunghe finirei The Wandering Moon. Lì il problema non è la durata, quasi tre ore. È il tema. Certe storie non le consumi, ti chiedono di viverle.
Poi i libri: finire Red Army, iniziare Finché il Caffè è Caldo di Toshikazu Kawaguchi. Di Yuu Nagira non ho trovato altro, in italiano o in inglese, oltre i titoli che l’hanno resa famosa, ma non sono proprio il mio genere, forse però li leggerò comunque.
E dovrei dirvi che il 19 novembre esce GTA 6. Magari non è il vostro mondo. Ma è un evento che Netflix ha trasformato in uno show: la piattaforma che manda in diretta la NFL e ospita il debutto del videogioco più atteso degli ultimi quindici anni. Se non sapete cosa sia Grand Theft Auto, nella cultura pop, il punto è esattamente questo: il pubblico a cui parla non ha bisogno di spiegazioni.

Ogni volta che la lista supera le ore a disposizione, mi chiedo come facciano gli sport marginali a pensare di trovare spazio nell’attenzione del pubblico. Non è una questione di quanto siano belli o “best sport on earth”. Non è una questione di merito. È una questione di spazio. Quanto ne resta nell’attenzione comune, nell’immaginario collettivo, prima che la finestra si chiuda.
Ieri notte, in Australia, per loro venerdì mattina, le 10:35 locali, orario scelto per agganciare il prime time americano, la NFL ha giocato la sua prima partita di sempre lì. Al Melbourne Cricket Ground, lo stadio più grande dell’emisfero sud, costruito nel 1853, concepito per il cricket e il football australiano. Un ovale da 100.024 posti. Sugli spalti, 100.021 spettatori. Tutti seduti.
Centomila. Per il cricket. In Australia. Che poi sono diventati centomila per il football americano.

Ci sono sport che faticano a trovare i fondi per una trasferta di 1.500 chilometri. Altri ne fanno 12.000 per una sola partita, per ciascuna squadra. E competono per lo stesso spettatore. Lo stesso paio d’occhi, la stessa sera, la stessa attenzione che non si moltiplica. Facile capire chi la cattura, no?
Intanto si corre il primo Gran Premio di sempre a Madrid, Formula 1. Ci sono gli Open degli Stati Uniti. La lista è quasi infinita, e mi sono limitato agli sport tradizionali. Ora guardate la tabella qui sotto: solo i tornei in corso. Già l’esport.

Questa è la dimensione del successo. Quella vera. Quella che oggi parla a un pubblico la cui attenzione viene orientata dagli interessi.
Qualcuno ormai li chiama interest media al posto di social media: la maggior parte dei contenuti che ci raggiungono è legata ai nostri interessi registrati dagli algoritmi, non alle relazioni che abbiamo scelto di seguire. Il pubblico guarda ciò che gli interessa, indipendentemente da quanto sia famoso. E più l’argomento è discusso, più contenuti riceve, più resta coinvolto, meno tempo ha per interessarsi ad altro. Gli algoritmi, in realtà, non si limitano a registrare i nostri interessi: li costruiscono, li alimentano, ci tengono fermi.
Così gli sport tradizionali hanno saturato l’attenzione, ma si sono ritrovati minacciati da altre realtà d’intrattenimento con pubblici molto ampi. L’esport è diventato mainstream. Forse in realtà lo era già, perché ha sempre movimentato montagne di denaro.
Gli sport marginali, per sopravvivere in questa epoca, non hanno altra scelta che ridurre le ambizioni e coltivare la loro nicchia. Possono provare a rendersi interessanti per un pubblico più ampio, coscienti però che le risorse di chi fatica a pagare i propri giocatori si scontrano con i colossi dell’intrattenimento mondiale, con capacità di spesa immense. Combattere la battaglia per l’attenzione è complicato anche quando sai perfettamente a che punto sei nella catena alimentare dello spettacolo. Diventa una battaglia persa in partenza, però, se ci credi: belli, anzi bellissimi, e quindi destinati a un futuro radioso.

