The International 2025 e la sua città

Ad Amburgo, le strade non conducono: scorrono. Sono canali che riflettono il cielo grigio e le gru immobili come aironi in attesa. I ponti non uniscono, ma sospendono il tempo tra un quartiere e l’altro, come se ogni sponda fosse un’epoca diversa della stessa memoria.

Per me è un viaggio nel tempo più che nello spazio; la sua arena occupa uno spazio che ricordavo diverso, ha cambiato nome ma è rimasta l’essenza del passato, perché lì non si entra: si viene chiamati. Le sue porte si aprono solo quando la città vibra, e il suo cuore batte al ritmo di tamburi, cori, luci che si accendono come stelle artificiali.

Sedicimila posti tutti a sedere, tanti ne può contenere. Ma trovare un biglietto per la giornata finale di TI (The International) 2025 già oggi è impossibile a oltre un mese di distanza dall’evento. Eppure i biglietti non sono gratis: costo minimo 85 euro, ingressi aperti dalle otto del mattino.

Si possono trovare, se siete particolarmente veloci, ancora disponibili i cosiddetti biglietti premium, da 249 a 299 euro, giornalieri. Per 300 euro avrete a disposizione uno degli skybox, una lounge con bar, perfino due posti auto riservati e ovviamente ingresso separato dalla folla. Per offrirvi un termine di paragone, il costo del biglietto per un concerto di Drake dallo stesso skybox costa oggi 259 euro.

Nell’edizione 2024, il team Liquid vincitore di quella edizione si portò via un assegno da 1.249.445 dollari (US); per darvi sempre un termine di paragone, quell’anno il vincitore di Wimbledon si portò via 3.615.799,50 dollari (US).

Ricordo la generazione precedente a questa, quella di chi giocava con gli adulti di allora che ripetevano loro: “esci, non perdere tempo con i videogiochi” e per fortuna in molti casi quegli adulti non li hanno ascoltati. Ricordo le LAN dove ti portavi il tuo computer da casa e la competizione era più una questione di “street credibility” che di denaro.

Oggi riempiono le arene con gente che paga quasi 100 euro per vederli giocare dal vivo.
Penso anche a quegli sport che dopo dieci anni sono ancora lì, ad aspettare un futuro che è sempre a un passo dal realizzarsi ma non arriva mai. Quelli che ripetono identiche le stesse dinamiche. Le stesse scelte, la stessa comunicazione e lo stesso identico immutabile gioco e si aspettano un risultato diverso da quello dell’anno precedente.

Come se per magia tutto quello che non aveva generato il successo sperato l’anno prima diventasse miracolosamente appetibile per il grande pubblico, per il business dell’intrattenimento. Una frase attribuita ad Albert Einstein recita più o meno: “la definizione di follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso.” Ad ogni stagione che si ripete identica alla precedente non posso fare a meno di ricordarla.

Ci sono sport che diventano industria e ci sono sport che restano un passatempo, a volte anche retribuito. La differenza tra i due non è solo nella loro natura ma nella capacità di adattarsi, evolversi, migliorarsi. Nel comprendere il mercato, il proprio pubblico attuale e quello potenziale e nell’offrire loro quello che non sapevano di volere giusto quell’attimo prima che scoprano un prodotto diverso.

Amburgo. Il gol di Magath, la finale di Atene. Ma anche quella città fatta di mattoni rossi e vento salmastro. Le finestre guardano il mare, ma non lo vedono: lo ricordano. Facendo i turisti in giro per Amburgo, vi ritroverete a cercare il passato tra le facciate gotiche, ma troverete solo il riflesso del presente.

E quando la nebbia avvolge la città, essa diventa invisibile anche a chi ci vive. Solo allora si capisce che non è fatta di edifici, ma di attese.

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