Domenicali, i tifosi storici e il rischio di dimenticarsi delle radici

La «negatività», secondo Stefano Domenicali, non porta da nessuna parte. Dipende da cosa si intende per negatività.

La difesa d’ufficio

Domenicali ha avuto un anno difficile. Le nuove power unit hanno diviso il paddock, il rapporto tra elettrico e termico, che la Formula 1 stessa ha poi ammesso di dover correggere l’anno prossimo, ha prodotto problemi che sia i piloti sia i tifosi hanno sollevato con insistenza. Il patron della F1 ha ovviamente difenso il prodotto, inquadrando le critiche come rumore di sottofondo, ricordando che i numeri crescono.

Fin qui, ci siamo.

Il problema nasce quando quella difesa prende una piega ben precisa: da un lato i fan nuovi, curiosi, entusiasti; dall’altro i «diehard», la minoranza che si lamenta troppo e capisce poco. Domenicali ha usato il termine «niche» parlando di chi vuole conoscere i dettagli tecnici delle monoposto. Come se con quel termine volesse liquidare qualcosa di marginale.

Il debito che non si estingue

Liberty Media ha comprato la Formula 1 nel 2016. L’ha comprata perché c’era già qualcosa da comprare: una fanbase costruita in decenni, da gente che seguiva il Mondiale anche quando le gare erano noiose, le trasmissioni erano in chiaro e la F1 era un prodotto di nicchia in senso reale, non nel senso di Domenicali.

Quella gente è rimasta. Ha tenuto accesa la discussione, riempito gli spalti, pagato i biglietti prima e gli abbonamenti poi. Ora che i grafici vanno in una direzione diversa, quella gente rischia di diventare un imbarazzo da gestire.

Non è la prima volta che un’istituzione sportiva dimentica le proprie radici nel momento del successo. Ma è un rischio concreto: se la stagione porta problemi, se il prodotto delude, i nuovi fan che sono arrivati con Drive to Survive cambieranno canale. I «diehard» no. Sono quelli che restano anche quando non c’è molto per cui restare.

Sprint, azione, e la domanda

C’è poi un punto da approfondire. Domenicali dice che «la grande maggioranza» dei tifosi vuole solo azione in pista. Bene. Allora perché il formato sprint è ancora quello che è? Una mini-gara che replica la domenica con un giorno di anticipo, senza qualifiche separate, senza nulla che la distingua davvero dall’evento principale.

A Zandvoort la sprint è stato così incolore che il team social di “The Race” ha scritto che «avrebbe potuto essere un’email». Se l’obiettivo è lo spettacolo, esistono strumenti per ottenerlo, dalle qualifiche in unica sessione alla griglia invertita per i primi dieci. Eppure, non vengono usati.

Il dibattito resta fermo su super clip e fermagli per capelli.

Qualcosa, nel frattempo, scorre via.

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Di Vittorio Gravel

Vittorio covers motorsport as a cultural ecosystem rather than a sequence of races. He focuses on people, contexts, and contradictions, blending reportage and analysis with a calm, direct tone. He prefers the details that reveal more than official statements ever do.