Zandvoort 1973: una tragedia che si ripete
C’è un momento, in ogni tragedia sportiva, in cui il rombo dei motori copre il suono di una vita che si spegne, e il mondo decide che lo spettacolo deve continuare. A guardarlo oggi, quel pomeriggio del 29 luglio 1973 a Zandvoort, non colpisce tanto per la violenza dell’impatto, quanto per la geometria implacabile di un evento che, incredibilmente per quegli anni, non prevede il lutto.
L’aria sulla costa olandese sa di salsedine e benzina blu. Roger Williamson sta guidando la sua March al secondo Gran Premio della sua vita. Quando la gomma della sua monoposto esplode al Tunnel Oost, la macchina non si limita a uscire di pista; diventa un proiettile. Circa 275 metri di asfalto, poi il capottamento. Il serbatoio cede. Non c’è l’esplosione patinata dei film, ma un ruggito sordo, arancione, che si mangia l’ossigeno intorno alla curva.

David Purley vede le fiamme. Fa qualcosa che non ha nessun senso logico ma una tonnellata di umanità dentro. Accosta, scende, attraversa la carreggiata mentre le monoposto lo sfiorano trecento all’ora. È un gesto insensato nella sua purezza. Purley arriva alla March capovolta. Williamson è ancora vivo, intrappolato nella carcassa della sua vettura, lo implora. Ma la fisica e, peggio, la burocrazia del tracciato hanno già deciso altrimenti. A un certo punto, i commissari si fermano a pochi metri: non hanno le tute ignifughe, c’è un solo estintore. Purley tira, strattona, si brucia le mani contro l’acciaio incandescente. La direzione gara, vedendolo agitare le braccia, pensa che sia lui il pilota coinvolto e che stia cercando di spegnere un principio d’incendio. È un equivoco fatale, un cortocircuito della comunicazione che costa una vita.
Mentre Purley lotta da solo contro il metallo e il fuoco, il campionato del mondo prosegue in pista. Stewart vince, supera il record di Jim Clark. La Tyrrell fa doppietta. Come se importasse davvero, in quel momento, il risultato sportivo. Com’è possibile? Perché il motorsport, e in quel caso la Formula 1, era in quegli anni un organismo “vivente” che non contempla la possibilità del lutto, eppure “mangiava” le vite dei suoi piloti con una frequenza inquietante.
Le regole del 1973 non prevedevano la bandiera rossa per un uomo che brucia. Zandvoort era già stato il cimitero di Piers Courage, tre anni prima. La storia di questo sport non si scrive soltanto con le vittorie, con il glamour, ma anche con le cicatrici lasciate sull’asfalto, in un archivio di assenze che la memoria collettiva fatica a metabolizzare.

Si potrebbe pensare che la gara sia continuata per rispetto verso i piloti, o per una forma di inerzia. Ma la verità è più fredda: il rituale sportivo richiede che il tempo si fermi solo dopo il podio o peggio su di esso. Sotto, nel paddock, François Cevert sorride per il suo secondo posto, senza sapere quello che gli accadrà a Watkins Glen a ottobre. Stewart festeggia un record, ma il suo volto è quello di un uomo che ha appena visto il fondo di un abisso. Non ci sono inni nazionali, solo il crepitio delle lamiere che si raffreddano.
Una coperta grigia calata su ciò che resta di un ragazzo di venticinque anni, mentre il parco chiuso si riempie del profumo dolce e acre dello champagne versato per nessuno.

