Perché i media sportivi italiani devono scrivere in inglese

Scrivere in inglese nello sport: perché non farlo è la scelta sbagliata

Rivista Undici ha cominciato a pubblicare in inglese. Se non la conoscete, mi chiedo davvero come siate finiti qui, ma lasciamo perdere.

Qualche tempo fa arrivò un DM su Instagram, uno di quelli che hai già capito dove va a parare, prima di finire di leggere: “scrivi in inglese così non capisce nessuno?” Risposi con una calma che mi sorprese. No, scrissi, perché il traffico sul sito è salito del 743,6 per cento.

Linea Laterale è un esperimento piccolo. Quasi un progetto editoriale, e sottolineo il quasi. Questo ha però un vantaggio concreto: posso sbagliare, svoltare dove mi porta la curiosità, scegliere in modo aggressivo senza chiedere il permesso a nessuno. L’obbligo, se voglio crescere davvero, è restare sveglio. Scandagliare. Capire dove va il mercato prima che ci arrivino tutti gli altri.

Raccontare gli esport in italiano quando il mercato è prevalentemente anglofono è un lusso che non mi posso permettere. Come scrivere un pezzo su Mario Rossi che è sul mercato, per giunta nel “calcetto a 5” italiano. O quella formula che scatta come titolo quasi automatico, “il Bar Mario sull’ottovolante”. Mi chiedo se chi la usa non sia davvero caduto da quell’ottovolante anni fa, e non se ne sia mai accorto.

Ma torniamo a Rivista Undici.

Scegliere l’inglese vuol dire portare la propria voce altrove, in un mondo che non ha più confini linguistici così solidi o abbastanza solidi da fermarla. C’è una nostalgia molto italiana che spesso è un freno, quella che possiamo riassumere in quel “si stava meglio quando si stava peggio“, con gli occhi piantati alle spalle invece che avanti. La nostalgia funziona, questo è vero. Basta guardarsi intorno: i vinili sono tornati, il retrogaming non accenna a fermarsi, nel calcio certe maglie d’un tempo vendono più delle ultime. È benzina reale. Ma un motore che gira solo su quella, prima o poi, si ferma.

L’inglese è l’unica scelta razionale. Se avessi una decente conoscenza del mandarino, una buona parte degli articoli di Linea Laterale uscirebbe anche in mandarino. È matematica di base. Meglio scrivere per 85 milioni di potenziali lettori italiani o per 1,4 miliardi di cinesi? Anche il portoghese, con i suoi 280 milioni, sarebbe una scelta più sensata. La logica è questa, ed è l’unica che regge per qualsiasi progetto che voglia sopravvivere al proprio ego.

Presto toccherà anche al futsal. Proprio quel mercato di nicchia lì. Il motivo è semplice: non lo fa praticamente nessuno. Adottare l’inglese vuol dire diventare la porta d’ingresso per chiunque, fuori dall’Italia, voglia leggere di calcio a cinque. Ammesso che esista qualcuno del genere, ovviamente.

Lo sport racconta sempre altro. L’arte, la politica, il costume, la musica, una gita fuori porta in una domenica di novembre. Cambia solo la lingua in cui lo facciamo.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.