Hai mai chiesto davvero come sta il tuo compagno di squadra. Non la versione cortese, il “come va” che regge tre secondi e poi sparisce nel rimbalzo di un pallone. Davvero. A quello che ti risponde “bene, forse un po’ stanco” e sorride, e tu gli credi perché è più facile credergli.
In uno sport che non conta nulla e dirlo non è cinismo, è solo la verità che quasi nessuno racconta, la pressione funziona in modo diverso. Non arriva dai giornali, non dagli sponsor. Arriva dall’interno, e odora di spogliatoio a febbraio, di scarpe dimenticate in un angolo, di tre mesi senza un bonifico mentre la bolletta aspetta sul tavolo. Al supermercato non accettano promesse. La dirigenza lo sa e loro vanno avanti lo stesso.
Eppure voi vi presentate. Ogni volta. Perché se non vi presentate perdete tutto, e quel tutto è abbastanza piccolo già così. E quelli che vi hanno fatto le promesse vogliono anche che sorridiate, che facciate le interviste, che ripetiate “famiglia e progetto” con la faccia giusta.

Hai chiesto come va fuori dal rettangolo quaranta per venti. Non dell’allenamento, non di quella caviglia che non torna mai del tutto a posto. Come sta il cuore. Dove stanno i pensieri quando il pallone smette di muoversi.
Il silenzio ha un suono, ma devi averlo già sentito una volta per riconoscerlo. Arriva quando stavi progettando di andare da qualche parte insieme, solo per uscire da quel piccolo mondo che a volte senti come una gabbia e a volte ti sembra soltanto come una gabbia, che non è la stessa cosa. Scuro come il fondo di un pozzo. Porta con sé tutti i dubbi del mondo in una volta.
“I was fifteen when the world put me on a pedestal.”
Essere il migliore o la migliore è un posto che dall’esterno sembra invidiabile. Dall’interno è solo un posto solitario. L’unica domanda che riesci a formarti, a volte, è: cosa vogliono questi da me. E “questi” sono tutti gli altri. I perché si accumulano come volantini nella cassetta della posta che nessuno ha aperto, come email non lette in un account che hai smesso di controllare. Il numero sale. Con lui, i dubbi.
Poi arriva la domanda peggiore.
What if I trip? What if I fall? / Then am I the monster?
Cosa sei senza quello che ti ha reso il migliore. Senza quel gesto preciso, quell’istinto affinato per anni che adesso sembra l’unica parte di te che gli altri vedono e a volte anche tu.
C’è tutto il resto. Non riesci a vederlo adesso perché quella parte che urla è più vicina, e sa farti male come niente fuori da lì riesce a farti e tu resti a guardarla. Forse perché ci sei così abituata che ti sembra normale.
Non lo è.

Quando finirà, e finirà, non ricorderai il gesto atletico. Ricorderai le sensazioni. E lì, attaccata, non ci troverai la malinconia: quella semmai la metti tu, dopo, da sola. Smetterai anche di chiederti se sei stata la migliore, perché nello sport arrivano sempre quelli più forti. Funziona così da sempre. Forse allora starai un po’ meglio. Per quello che hai, senza il peso fisso di quello che manca.
Questo pezzo è per una sola persona. Io e te sappiamo chi è Ahyeon, e in qualche modo dovrebbe bastare. Non basta, lo so. Non sapevo se scrivere, poi ho pensato che le parole peggiori non sono quelle scritte male. Sono quelle rimaste ferme sulle dita.
Non m’importa quanto sei forte. Quella è solo una parte di te.

