Il calcio giapponese non è esploso in una notte. Non c’è stato un singolo fenomeno né una notte che cambiasse tutto. C’è stata una scelta: costruire. Investire nelle scuole calcio, negli allenatori, nelle infrastrutture, sapendo che i frutti sarebbero arrivati tardi, forse tardissimo. Quando i Samurai Blue arrivarono in Francia nel 1998 per il loro primo Mondiale, tre sconfitte erano il risultato atteso. Le distanze dalle grandi nazionali europee e sudamericane erano ancora enormi. Dietro quelle partite, però, le fondamenta c’erano già: la J-League aveva mosso i primi passi nel 1993 e stava costruendo una cultura calcistica in un paese storicamente lontano dal pallone.

Nel 2002, da paese ospitante, il Giappone superò il girone e raggiunse gli ottavi di finale. Da quel momento ogni Mondiale è diventato un gradino. Il 2006 e il 2014 portarono delusioni, ma nessuna delle due interruppe il lavoro. Ogni fallimento fu analizzato e usato per costruire. Mentre molte federazioni inseguivano il risultato immediato, il Giappone continuava a investire sulla formazione, cercava giocatori capaci di leggere il gioco, non solo esecutori tecnici.
Col tempo il Giappone ha smesso di imitare e ha trovato una propria identità: organizzazione di matrice europea, tecnica asiatica, mentalità competitiva. E da quel momento i ragazzi sono partiti. Se negli anni Novanta un calciatore giapponese in Europa era una rarità, oggi è la norma. La Bundesliga è stata la prima porta, ma il fenomeno si è esteso rapidamente alla Premier League, alla Liga, alla Serie A, alla Ligue 1. Takefusa Kubo è uno dei centrocampisti più tecnici della Liga. Kaoru Mitoma ha cambiato Brighton con un dribbling difficile da contenere e una lettura del gioco che lo porta sempre a trovarsi in sovrannumero. Wataru Endō si è imposto come riferimento tattico in un campionato dove la mediocrità non sopravvive a lungo. Takehiro Tomiyasu ha dimostrato di poter coprire più ruoli difensivi ad altissimo livello. Daichi Kamada, Ritsu Dōan, Yukinari Sugawara, Hidemasa Morita, Kō Itakura: una generazione distribuita nei principali club europei, abituata settimana dopo settimana al massimo livello.

La forza del Giappone non sta nei singoli nomi. Sta nella profondità: per la prima volta nella propria storia, la nazionale può scegliere tra decine di giocatori cresciuti nei campionati che contano. Non è una squadra che ruota attorno a tre nomi. È un sistema che produce.
Le vittorie contro Germania e Spagna ai Mondiali del 2022 vennero descritte all’estero come un’impresa. In Giappone le vissero come una conferma. Il divario con le grandi potenze si stava riducendo. I risultati, stavolta, lo rendevano misurabile.
Al Mondiale del 2026 i Samurai Blue arrivano con la rosa più completa della loro storia: esperienza internazionale, qualità tecnica, profondità nelle rotazioni. Arrivano, per la prima volta, senza sentirsi inferiori a nessuno. Nessuno in quello spogliatoio considera impossibile battere Germania, Spagna, Francia, Inghilterra o Argentina. Per quasi trent’anni il Giappone ha costruito in silenzio. Adesso vuole risultati.

