Hamilton e il simulatore Ferrari: la correlazione che non torna

Il simulatore non mente. O forse sì.

In fabbrica ci va lo stesso. Riunioni, debriefing, i dati di Miami da analizzare. Quello che smette di fare, almeno fino al Canada, è girare al simulatore.

Non sorprende chi ha guardato la gara di Miami con attenzione. Hamilton aveva una macchina non adatta a lui dall’inizio: niente reattività in entrata, sottosterzo nel mezzo, un equilibrio che funzionava a Maranello ma non sull’asfalto del Miami Gardens. Con un solo turno di libere a disposizione il weekend sprint non lascia via d’uscita. Arrivi con quell’assetto, ci resti. Leclerc l’ha preceduto in tutte e sei le sessioni di qualifica del fine settimana. 0.081 secondi di media, 0.156 di mediana. Non è questione d’un pomeriggio storto.

La correlazione che non torna

Shanghai era back-to-back con l’Australia. Nessun tempo da dedicare al simulatore. Hamilton ha corso senza la preparazione standard e ha fatto il suo weekend migliore della stagione.

Ha notato la coincidenza.

Il problema, come lo racconta lui, non è lo strumento. È che la macchina che trova in pista non assomiglia a quella del simulatore: prepari un assetto, arrivi in pista, qualcosa non quadra. Su un weekend normale puoi rimediare. Su uno sprint, no.

Leclerc quella vettura la conosce da anni, Sa già dove il dato va preso con cautela, dove la macchina si comporta diversamente da quello che la telemetria dice. Hamilton quel terreno lo sta ancora mappando. È una differenza che si vede nelle sessioni di qualifica, che però si costruisce molto prima.

Prove libere

Saltare il simulatore prima di una gara non è una scelta ordinaria.

Se a Montreal la macchina risponde come a Shanghai, quella coincidenza diventa una domanda precisa. Qualcuno a Maranello dovrà trovare una risposta.

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