Una Coppa Regionale. Calcio a 5, femminile.
In un posto che importa solo a voi, di uno sport del quale importa solo a voi. Una vittoria che conta solo per voi. Cos’ha di magico tutto questo? Esattamente tutto. Circondati da un carosello di apparenze, da uno scroll di felicità e successo, da un mondo artefatto al punto da renderci infelici, ogni tanto capita che proprio lì nel mezzo si nasconda la felicità. Una favola.
Forse è solo per me, una favola. Non importa. Esattamente come non importa a nessun altro tranne a voi, di una vittoria ai confini dello sport. Ma come ricordava Jim Valvano: “Every single day, in every walk of life, ordinary people do extraordinary things.” Così all’improvviso, in un posto alla fine del mondo, seduto lì, ho trovato quella favola che voglio raccontare. Perché posso.
Una felicità che non luccica
Questa è una felicità che non riconosci perché non luccica, non grida, non è glamour. È in fondo a un tunnel buio, freddo al punto di gelarti le ossa, lungo che non sembra finire mai. Nel quale sudi e sbuffi per andare avanti ma sembra sempre di essere incollati allo stesso posto.
Voi l’uscita l’avete trovata lo stesso e questa felicità è davvero vostra. Solo vostra. Perché dovrebbe essere di altri? Chi c’era con voi in quei vicoli bui, quando come vestiti avevate solo la tristezza e anche i baci avevano un sapore amaro? Siete andate avanti perché così è giusto.

Capitano, o mio capitano
Perché non è quello con la fascia al braccio. È quello che vi ha promesso emozioni. Pianti, risate e la pelle che brucia solo perché così vi potete sentire vive. Come fai ad abituarti ai pianti, alle urla e alla gioia di chi ha scelto di donarti quel che resta del suo tempo, della sua vita? La promessa del vostro capitano, quello seduto in panchina, alla fine è diventata una coppa che luccica di più perché a voi importa. Siete felici, no? Almeno per un po’.
È un dono trovare qualcuno così, qualcuno a cui importa della tua felicità più di quanto a lui importi della sua. Per uno così ti fai stracciare i legamenti, vomiti in campo per la stanchezza. Non perché tu non voglia deluderlo, ma perché vuoi vederlo felice. Lo vuoi disperatamente. Perché non ti ha chiesto nulla che non sia di dividere con lui il peso della vita.
Allora quando sei piegata sulle gambe dalla stanchezza e guardi con gli occhi pieni di sudore verso la panchina, ti senti una merda a dubitare, a non crederci almeno quanto ci crede lui. Perché è lì per te e non per quella partita. Allora vuoi vincere, per lui. Ma giochi per poterlo guardare negli occhi e dire “ho dato tutto…” anche se non è bastato. E sai che lui ti abbraccerà come se aveste vinto.
La felicità che si proietta fuori
Allora capisci quella felicità di cui lui parla. Quella che è rivolta all’esterno, che si proietta fuori. È quella che non è importante se non appartiene anche a loro. Loro. Quanto è difficile trovare chi sceglie di affrontare la vita con te e come te. A cui non importa raggiungere un obiettivo se non può condividere quel viaggio con te. Puoi tracciare una via, cercare il tuo posto nella vita, ma poi quella strada va percorsa insieme.
“Sono qui per te”. . Non so cosa ci sia nell’anima, ammesso che esista.
Ma è la risposta che mi sono dato quando uscivo da quel palazzetto alla fine del mondo, per una partita di cui non si ricorderà nessuno se non quelli che c’erano. Che hanno scelto di trasformare quei momenti in ricordi. Del pudore della vittoria. Dei sorrisi che ho visto e non ho capito, di quelli che sapevo avessero il sapore amaro di sogni infranti e promesse deluse.
Ora prendo a prestito delle parole, le mischio in testa mentre guido verso casa. Pensala così, perché so che riconosceresti che sono tue… è come se avessi gettato la palla in uno spazio che abbiamo visto solo in due. Devo solo correre verso il pallone e buttarlo in porta con una traiettoria all’altezza del tuo passaggio.
Ricordi cosa scriva Soriano? “Ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio. Questi sono i profeti. I poeti del gioco”. Esattamente così.

Una favola di chi non molla mai
Non volevo scrivere una favola qualunque, non volevo una favola perfetta. Volevo scrivere una di chi si ama davvero, si supporta, si abbraccia. Quella di persone comuni, piene di pregi e difetti che però non mollano mai. Nemmeno mezzo centimetro. Poi, se c’è spazio, vincono con la stessa dignità con cui mille volte hanno perso.
La favola di chi ha saputo vivere la felicità senza farla contaminare dagli altri. Che fosse giusta o meno, poca o troppa, lo avevano fatto decidere soltanto alle proprie emozioni.
E se è vero che i momenti più belli ti rimangono addosso, solo quelli più difficili ti danno l’esatta percezione di che fatica hai fatto per arrivare fin qui. Sempre insieme, sempre noi, senza voltarci le spalle e senza legarsi ai sali e scendi della vita.
Non voleva essere una promessa d’amore, lo è diventata. Con il tempo, la cura e la voglia di sorreggersi uno con l’altro.
O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

