Sin dai primi giorni della settimana si è sentito un clima differente. Martedì, al Filadelfia durante l’allenamento, è stato importante stare con i tifosi: ci hanno trasmesso la loro energia per prepararci al meglio anche dal punto di vista caratteriale e sul piano della volontà.

Sono le parole di Casadei alla vigilia del Derby della Mole.

Ora provate a leggere un’intervista a caso del futsal maschile, femminile, o della nazionale italiana.

Quella di Casadei è una narrazione che parte dagli spalti, dal pubblico, arriva al campo e poi rimbalza ancora per tornare verso i tifosi. Nel futsal, ma anche in molti sport minori, ha un carattere completamente diverso. Nel migliore dei casi è una narrazione autoreferenziale, quando non sfocia nell’aperto onanismo.

È sempre molto centrata sul noi: noi squadra, noi gruppo, noi “quellochevolete. Vero, spesso non ci sono tifosi, ma anche quando ci sono raramente diventano il soggetto verso il quale si rivolge l’attenzione. Più importante è parlare del NOI, perché in fondo quello spirito dell’EIAR è sempre tra noi, persiste ancora quel NOI.

Il calcio deve la sua fortuna non alla bellezza del gioco in sé. Non conta essere lo sport migliore, ammesso che non sia da ritardati cognitivi anche solo pensare che si possa creare una classifica di questo tipo, ma al momento storico del suo sviluppo, quando è diventato catalizzatore di ampie forze sociali. Si è sviluppato nelle grandi città metropolitane, quelle che all’epoca accumulavano popolazione attirata dai lavori offerti dalla rivoluzione industriale.

È stato quel fattore socio-economico, in congiuntura con l’accessibilità del calcio, a determinarne la fortuna. Non è stata la bellezza di una rovesciata o l’ampiezza del campo da gioco. Di quel rapporto duale stabilitosi tra spalti e prato verde si è nutrita una disciplina sportiva diventata letteralmente planetaria, patrimonio dell’umanità.

Il futsal, per gran parte, fallisce questa missione. Quando prova a costruirsi una tifoseria, spesso letteralmente finanziata dalla società, lo fa per usarla come strumento con il quale dileggiare ex giocatori, ad esempio. Quando i tifosi non sono direttamente correlati alla società di calcio a 5, arrivano dal calcio tradizionale, dove hanno acquisito una relazione tra rivalità e amicizie ultras completamente diversa da quella che in teoria potrebbe esistere nella disciplina con il pallone che rimbalza poco. Finiscono con il sembrare quasi fuori posto.

Uno dei pochi momenti di riconoscimento dei rari tifosi presenti sugli spalti è il saluto a fine partita, che molte volte somiglia più a un tributo alla pazienza e alla perseveranza di questi folli appassionati di calcio a 5. Talvolta, visto il risultato sul tabellone luminoso, quando funziona, somiglia più a uno scusarsi per il pessimo spettacolo offerto. A teatro sarebbe andata decisamente peggio.

Fino a quando gli spettatori, i tifosi, anche quei pochi che ci sono, non saranno centrali nella narrazione, il futsal è destinato a restare nella sua nicchia. Date un’occhiata agli spalti del calcio a 5, ad esempio della Serie A femminile, quando sono visibili: se non notate la differenza anche solo con la scorsa stagione, i casi sono due. O avete bisogno di un optometrista, o siete in malafede. Molto probabile la seconda.

. Qualche volta la comunicazione è addirittura autoreferenziale del tipo “quanto siamo belli, vincenti, giovani, progettuali, in crescita…” e sicuramente ne ho dimenticati molti. Le emozioni contano se sono condivise con il pubblico che viene a guardarvi. Se mi parlate, da lettore, di quello che è importante per voi, di quanto siete belli voi, di quello che avete guadagnato voi, di quanto avete sudato… indovinate… VOI. Quand’è che questa emozione diventa condivisa?

Sono perfettamente cosciente che iniziare a parlare, rivolgersi e narrare una storia a quattro spettatori all’inizio può sembrare perfino sciocco e risibile, ma da qualche parte si deve pur iniziare. Altrimenti il futsal rischia di somigliare a quelli che al parco parlano da soli o agli sketch della panchina del duo comico Ale e Franz.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.