Ecco il racconto ufficiale della Divisione Calcio a 5. La partita è Lazio-Francavilla. A leggere lo stringato resoconto dell’incontro, sembra che i presenti dal vivo e in diretta sul canale YouTube abbiano assistito a una partita decisa con una zampata finale di una giocatrice ospite.
Leggete pure.

Eppure, a giudicare dalle immagini e dalle polemiche che sono seguite, tra il minuto 17 e la sirena finale è successo decisamente qualcosa. È lì, nelle riprese digitali: parapiglia, due espulsioni, animi caldissimi, gol segnati, gol concessi ed esultanze sulla sirena come se ci fosse in palio la UEFA Futsal Champions League. Quella vera, quella maschile.
Non dovrebbero essere informazioni importanti nel racconto dei fatti? Per la cronaca, no? Forse non è bene parlarne, per non danneggiare l’immagine della disciplina. Ma se questa disciplina è così in espansione da attirare sponsor “dal respiro internazionale”, come può questo essere un problema?
Non c’è traccia nemmeno negli spazi specializzati. Per fortuna o sfortuna – dipende dalla prospettiva – questa disciplina è logorroica sui social proprio per bocca dei protagonisti. Quindi abbiamo una nuova “beef” di cui vi racconteremo.
Non aspettatevi risposte qui, però. Quelle spettano a chi viene eletto per dirigere una disciplina sportiva e agli attori paganti che li eleggono.
La bellezza del futsal femminile, vero? Mi rifiuto di riferirmi alla disciplina come “rosa”, anche solo per sbaglio.
Omettere le parti scomode di una narrazione costruita per vendere un prodotto ha senso. Che sia appoggiata dagli attori che la finanziano è nella natura stessa del rapporto. Ho seri dubbi che questo aiuti davvero a promuovere il calcio a 5.

È come vendere un cartone di latte con una sequela di lodi sperticate, dimenticando di comunicare all’acquirente che dentro potrebbe esserci anche latte guasto. Quando chi porta a casa il prodotto lo apre, lo beve e finisce col sputarlo via.
Immaginate uno spettatore occasionale presente ieri sugli spalti durante quei tre minuti di corrida. Magari ha portato anche i figli, perché allo stadio è “pericoloso”. Davvero? Non è un caso isolato, come non lo erano le risse in campo nella scorsa stagione di Serie A maschile. Sono un problema di serietà, di cultura sportiva e di cultura in generale che attraversa trasversalmente il calcio a 5 in Italia.
Se ne fa un racconto deamicisiano, soprattutto al femminile. Peccato che poi i protagonisti se lo tirino addosso, il tomo del libro Cuore. Non è nemmeno una storia nuova. Accade spesso dopo una decisione arbitrale: dirigenti che urlano di ritirare la squadra, altri che al microfono dello speaker gridano “vergogna”, quelli che rivolgono epiteti e gesti vili ai giocatori in campo. Il pugno dato da un tifoso a un giocatore durante Pomezia-Genzano, nella scorsa stagione, è stato il perigeo di quella campagna di Serie A.
Accadrà ancora. Per questo sono sicuro che non voglio perdermi quella certa partita di ritorno.

