Per anni lo sport più diffuso al mondo non permetteva le sostituzioni. Si giocava rotti, infortunati, sanguinanti. Dalla prima partita di calcio documentata – 26 dicembre 1860, Sheffield contro Hallam – ci sono voluti 96 anni per introdurre la sostituzione, e solo in caso di infortunio. La regola arrivò in Italia nel 1965, e solo successivamente fu permesso sostituire i giocatori per ragioni tattiche.
La decisione di interrompere il gioco per un infortunio non era nemmeno contemplata. In panchina andava un omino con secchio e spugna: tutta lì l’assistenza medica. Da sempre, però, la decisione di fermare il gioco in caso di infortunio spetta solo all’arbitro.
Eppure esiste un momento preciso nella storia del calcio in cui questa responsabilità si è spostata dall’arbitro ai giocatori.
Il gesto di Di Canio
Siamo all’inizio del nuovo millennio, anno 2000. Paolo Di Canio indossa la maglia del West Ham. Il portiere dell’Everton in uscita bassa devia il pallone fuori dall’area verso la bandierina del calcio d’angolo. Nel rialzarsi, si accascia tenendosi il ginocchio. La palla resta nella disponibilità di un giocatore degli Hammers che crossa in area, dove un Paolo Di Canio liberissimo, invece di calciare nella porta sguarnita, afferra il pallone con le mani e indica il portiere infortunato.
Applausi scroscianti dello stadio.
Un gesto di fair play.
Una decisione che non spettava a Paolo Di Canio.
Il paradosso del fair play
I giocatori sono in campo per vincere le partite. L’arbitro per impedire che lo facciano imbrogliando, violando le regole. Tutto qui, semplicemente. Ogni sovrastruttura narrativa esula dalle regole del gioco, sposta la responsabilità verso chi non deve averla, concede autorità a chi non spetta.
Da quel momento, quel gesto di fair play è diventato uno strumento per indurre l’avversario a ignorare un vantaggio ottenuto simulando un danno.
Si è giunti al paradosso.
Se in un contrasto di spalla l’attaccante si libera ma il difensore cade rovinosamente lussandosi la spalla, deve l’avversario fermarsi invece di procedere verso una facile rete? Non è una decisione che spetta al giocatore, ma all’arbitro. Altrimenti a che servono le folte terne arbitrali? Se ci affidiamo così tanto al giudizio dei giocatori, perché non lasciamo che si arbitrino da soli?

Morale e competizione
Si è aggiunto un valore morale, educativo, a uno sport che è di fatto un lavoro altamente competitivo, nel quale ogni minimo vantaggio acquisito vale denaro. Tanto denaro. Uno sport così competitivo che anche quando si scende nelle categorie minori, quelle dilettantistiche, quella caratteristica non scema. Anzi, peggiora, perché una qualità minore permette maggiori spazi decisionali controversi.
Perché i giocatori sentono il dovere morale di scusarsi per aver fatto il loro lavoro, segnare un gol? Il gol è lo scopo del gioco, l’unico del quale gli atleti sono responsabili.
In campo i partecipanti al gioco contestano ogni decisione arbitrale, dalle rimesse laterali ai contatti di gioco. Eppure, in un momento delicato dell’incontro, affidiamo a loro la decisione di interrompere un’azione? Quando questa anima cordiale ha preso il posto di quella competitiva? Quando la competizione è diventata un palcoscenico dove esibire l’animo di Madre Teresa di Calcutta?
La deriva del calcio moderno
Avete trasformato prima uno sport di contrasto in uno di contatto, e ora in qualcosa che al confronto anche il balletto classico ha più contatto. A questo punto mettete una rete in mezzo al campo e ognuno dalla sua parte: zero contatto. Ma anche lì sarà necessario un arbitro, perché alla fine conta vincere. Sempre.

