Ma non vale sempre?


Misure dei campi, distanza delle porte, grandezza delle porte. La pratica dell’omologazione dei campi e delle deroghe sembra aver mietuto più vittime della febbre emorragica in Congo. All’improvviso le società si sono scoperte particolarmente attente alla salute dei propri giocatori.

Soprattutto quando questo può portare un vantaggio in classifica. Viene da chiedersi se siano altrettanto attente, ad esempio, alla salute economica dei propri tesserati quanto sono solerti nel misurare le distanze nei campi. Ma questo è un argomento per un altro momento.

Si va in trasferta e, prima che un solo pallone venga calciato, si prepara il terreno giudiziale per presentare il ricorso, spesso però influenzato dal risultato. Già, perché curiosamente queste solerti azioni a difesa della salute avvengono dopo una sconfitta. Anche pesante, come nell’ultimissimo caso in A2, la pomposissima Elite. Ma in questa categoria elitaria non tutti gli atleti sono uguali, anche se indossano la stessa maglia.

Ortona

Ortona, città in cui i canadesi vissero la loro Stalingrado d’Italia durante il secondo conflitto mondiale, ospita una partita di A2 Elite. In qualcosa che assomiglia decisamente a una palestra con degli spalti, quelle con le balaustre di metallo che sembrano recintare i parcheggi dei centri commerciali.

Osserviamo il perimetro del campo. Ricordate la norma? I famosi, ormai mitici, novanta centimetri? Ecco. Osservate bene il muro amabilmente dipinto per coprire le colonne portanti che sporgono verso il campo. La porta, parlo di quella da gioco, è praticamente contigua al muro. Ma non vi preoccupate: in Serie A, l’anno prossimo, debutteranno le nuove porte. Così, tanto per ricordarvi uno dei tanti slogan.

Proseguiamo esaminando le porte, quelle con il battente. Da un lato del campo c’è quella che dà accesso agli spogliatoi, con sopra retratto il tabellone del canestro. Dalla parte opposta, ricavata all’interno del muro, una porta a vetri. Tutto lì. Potete ammirarla in un video su YouTube, sfortunatamente a 480p, qualità TV a valvole, oppure dagli screen che vi riporto qui.

Quel campo l’ho visitato da spettatore. Si è giocato, aveva l’omologazione, la squadra ospite non ha presentato ricorso. Indovinate però qual è stato il risultato? Già. La squadra in trasferta ha vinto. Le misura del campo non costituivano un problema, allora.

Il ricorso come arma politica

Il ricorso non è un atto di civiltà giuridico-sportiva. È spesso uno strumento con il quale possibilmente orientare il risultato, ma anche solo e semplicemente irritare l’avversario di turno, spesso per ragioni che nulla hanno a che fare con la competizione sportiva.

Hanno a che fare con la politica sportiva. Perché quelle deroghe sono state concesse? Perché quei campi sono stati omologati? Se il racconto di questa disciplina, il futsal, fosse onesto con se stesso, si potrebbe tranquillamente scrivere che una disciplina in difficoltà, che prova a sopravvivere in mezzo a mille difficoltà economiche, è giusto che conceda un po’ di spazio legislativo a chi vuole parteciparvi.

Invece se ne cantano le lodi sperticate. E allora eccoci qua a raccontare che questa disciplina non vive a Shangri-La e voi non siete James Hilton.

Un’ultima questione personale

Questa è più personale: un fastidio narrativo ed emotivo. Quando scrivete i comunicati per lamentarvi che il cronometrista è seduto in campo, non portate la drammaticità fino al punto di evocare la dipartita di atleti. Non giocate in una palestra di Kiev bombardata dai russi e, badate bene, gli ucraini si lamentano meno di voi.

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