Tecnicamente sono ventotto minuti, ma a stare troppo attenti ai dettagli si rischia di perdere di vista il quadro generale. Tanto basta a una squadra di diciannovenni di un paese in guerra, ragazzi che tra qualche anno potrebbero trovarsi a correre tra le trincee invece che dietro a un pallone, per portarsi in vantaggio nella sfida decisiva contro i pari età azzurri.
Avrete sicuramente letto articoli sulla cronaca della partita, con le solite sfumature sul sogno infranto, l’impresa sfumata e variazioni sul tema. Eppure la sconfitta parla chiaro: due a zero. Due gol subiti, zero fatti. Come possiamo dire di essere andati vicini all’impresa?
Una sconfitta che arriva pochi giorni dopo esserci “riscattati” battendo, rullo di tamburi, la Moldova. Potrei ricordare male, ma qualche settimana fa non si celebravano i campionati nazionali under 19 come “il vero parametro di successo per il futsal di domani? E che non sia mai quello di oggi…

Uscire sconfitti contro l’Ucraina è, come abbiamo visto, non solo “sognabile” ma anche possibile. Strano che questa debacle non racconti nulla del livello dei prodotti del nostro movimento giovanile. O forse questo è davvero “il vero parametro di successo”.
Non è il destino a determinare le sconfitte, in nessun aspetto della vita. Lo sono le qualità, individuali e di gruppo. Se a ogni sconfitta tutto viene derubricato a “sfortuna”, a un “c’è mancato poco”, quando questi atleti sentiranno il bisogno di migliorarsi? Se è colpa della fortuna, quella non si allena di certo.
Per ventotto minuti siamo in partita. Vorrei parafrasare uno dei pochi veri profeti del calcio, Giovanni Galeone, e dire: “conta quello che succede nei restanti dodici minuti”. La citazione originale parla di quanto sia più importante fare qualcosa quando si ha il pallone, piuttosto che cincischiare con il possesso palla.

Ora possiamo tutti concentrarci sul futsal di domani, nella speranza di un eldorado che è lì, oltre l’orizzonte. Che siamo sulla strada giusta. Certo, questa strada la percorriamo da un bel po’ di anni. L’abbiamo cambiata diverse volte, sempre con la stessa promessa. E poi, a conti fatti, senza oriundi e antenati al cimitero, eccoci qui: a prendere due sberle dai ragazzi di un paese in guerra.
Se pensate che sia facile, anche solo psicologicamente, giocare quando devi preoccuparti che il palazzo dove vive la tua famiglia venga colpito da un vecchio ma letale drone russo, allora vale tutto. Allora vale anche bere la varechina per farsi passare il Covid-19.
Possiamo trovare, semplicemente, il coraggio narrativo di trattare le sconfitte per quello che sono? Se hai fatto del tuo meglio e non hai vinto, vuol dire che il tuo meglio non è abbastanza. Devi fare di più. Devi pretenderlo da te stesso, e devono pretenderlo i tuoi allenatori.
Perché se vale il “grazie lo stesso”, allora provate a dirlo a vostro figlio bocciato a scuola: “grazie lo stesso”. E poi raccontatemi l’effetto che fa.

