Se fosse d’aiuto anche al futsal? (e a tutti gli sport minori)

Negli ultimi giorni si sono incrociate sul mio schermo due letture interessanti per chi voglia capire come si è evoluto il racconto sportivo, quali dinamiche abbiano permesso la crescita di discipline non strettamente sportive negli ultimi anni, e quanto lo sport agonistico sia ormai indissolubilmente legato all’intrattenimento.

Il Fenomeno Ibai

Nell’industria degli esports è universalmente riconosciuto un momento pivotale per la crescita della riconoscibilità mondiale di quel panorama sportivo: l’arrivo di Ibai come co-caster di League of Legends. Ibai Llanos Garatea è uno streamer da 40.000 spettatori di media. Per darvi un termine di paragone, servirebbero 100 partite di futsal italiano in diretta sommate per realizzare quei numeri.

Negli esports viene liberamente concessa la possibilità di ritrasmettere le partite dei tornei, senza problemi legali. Negli anni si è sviluppato un intero ecosistema di streamer contrattualizzati per lavorare con Riot alla crescita di League of Legends come disciplina sportiva competitiva.

Il Dibattito sui Content Creator

In quegli stessi giorni leggevo sulla rivista online Contrasti una lunga intervista ad Alessia Tarquinio, presentata con questa didascalia: “C’è un aspetto che va chiarito: i content creator non sono giornalisti. Possono avere creatività e gran talento comunicativo ma non hanno – nella maggior parte dei casi – il metodo e in generale gli strumenti per gestire le notizie, verificare le fonti o condurre un’intervista complessa.”

Vero, i content creator non sono giornalisti. Non sono giornalisti sportivi. Ho letto una punta di corporativismo in una dichiarazione del genere. La prima obiezione che il mio cervello ha registrato è stata: “Vero, ma i giornalisti sportivi hanno condotto lo sport (il calcio) nella squallida situazione in cui langue la comunicazione sportiva.”

L’Immobilismo del Giornalismo Sportivo

Il giornalismo sportivo è rimasto ingessato “all’intervista complessa” come la definisce la Tarquinio (quando siamo fortunati come lettori) e non si è più mosso da lì dall’invenzione del carattere mobile. “Perché così si è sempre fatto”. Se poi non hai un Gianni Brera, ti resta davvero poco sul fronte della capacità narrativa.

Aggiungerei che l’era del monopolio delle immagini e degli strumenti di comunicazione è morta da tempo e non stava nemmeno troppo bene ai tempi dell’Istituto Luce.

Se il pubblico si è spostato verso i content creator, potrebbe essere che quel racconto sportivo, ingessato e incastrato tra rapporti d’amicizia e di potere, tra tabellini e cartelle stampa, ha fatto il suo tempo. Quante volte è possibile per un lettore leggere lo stesso libro, se questo non è un capolavoro? Ecco, quante volte dobbiamo leggere la stessa velina di una società, l’ennesima intervista che inizia “Continuiamo quanto fatto domenica scorsa”?

I Numeri Parlano Chiaro

Se il colosso RCS negli anni ha acquisito Ultimo Uomo (poi tornato indipendente) e Cronache di Spogliatoio, se Contrasti per un periodo ha fatto parte della galassia Mediaset, c’è un motivo: i numeri. Il classico e vetusto racconto giornalistico sportivo ha esaurito la sua centralità, un po’ come è accaduto ai fotoromanzi, per citare un esempio decisamente pop e molto italiano.

Il futuro sono i caster, i content creator. Per una semplice quanto innegabile ragione: i numeri. Se Ibai fa 400.000 spettatori mentre parla di quello che gli pare è perché intrattiene il pubblico, non perché pensa di dovergli raccontare di nuovo quello che hanno già visto con i loro occhi.

Ricordate quando nelle partite di calcio è stato introdotto il secondo canale audio, quello solo con l’audio ambientale? Vi siete chiesti perché? Facile: la maggior parte degli spettatori non ha bisogno di un commento che gli racconti quello che vede già con i suoi occhi.

Una Nuova Modalità di Fruizione

Se guardo una partita di League of Legends è perché probabilmente gioco a LoL, oppure ho giocato a un MOBA. So esattamente quello che sta accadendo sullo schermo, chiedo alla voce narrante di raccontarmi quello che non so, di raccontarmi la sua esperienza.

Ho l’impressione da fruitore che il calcio in particolare sia fermo a una narrazione di tipo monopolistico, quella che ti fa pensare “siamo gli unici a raccontare il calcio” come se oggi non fosse disponibile una valanga di contenuti che, vero, non sono sempre affidabili, ma molti hanno un’altissima qualità, come quelli citati sopra: Contrasti o Ultimo Uomo sono ottime riviste di settore, anche un po’ pop.

Il Rifiuto del Cambiamento

Negli ultimi dieci anni gli strumenti e le modalità di comunicazione sono aumentati esponenzialmente. Si sono aggiunte piattaforme, si sono sviluppati nuovi stili, ma in molti, e qui in Italia con tre testate sportive dedicate, si è fermi all’EIAR.

Eppure, nonostante questa fascinazione per Nicolò Carosio, quando nell’ambiente sportivo si analizza la perdita di pubblico, la colpa non è mai del racconto. Nell’ordine è della pirateria, dei content creator e dei giovani che non sono più quelli di una volta.

Mai, mai una volta che si faccia autocritica. Che si analizzino le ragioni, che si tentino nuove strade. Ogni anno al lettore-spettatore-fruitore viene riproposta la stessa minestra riscaldata, a volte cucinata anche male, e ci si meraviglia che non la mangi e ringrazi anche, pagando per farlo.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.