Siamo a poche ore dall’inizio della stagione 2025-2026 di futsal femminile, e puntuale arriva il solito copione. È tutto un susseguirsi di “abbiamo lavorato bene”, ci manca solo che qualcuno dichiari “s’è lavorato malissimo”. Seguita a ruota dall’immancabile “bellissima energia”, che poi tecnicamente l’energia non è nemmeno visibile e, se misurata, ha uno spettro privo di colori. Quindi non è né bella né brutta.
C’è sempre “voglia di crescere”, anche perché “non abbiamo niente da perdere”.
Si potrebbe immaginare un campionato giocato a colpi di luoghi comuni: a ogni dichiarazione perfettamente dimenticabile si segna un gol. Credo ne verrebbe fuori un torneo sicuramente meno scontato di quello che ci aspetta in questa prossima stagione.

La solita giostra
Cambiano i nomi delle squadre, che resistono il tempo di un capo di seta in lavatrice. Restano più o meno le stesse giocatrici, la storia si ripete altrove. È un ciclo che si ripete da anni, ma molti si aspettano ancora che cambi qualcosa. Come se mescolando gli stessi ingredienti la torta non dovesse avere sempre lo stesso sapore. Viene solo venduta in un altro negozio.
Per dimostrare quanto il futsal italiano si sia ancorato sui luoghi comuni e sulle interviste sempre uguali che non raccontano nulla, ho chiesto a Deepseek di scriverne una. Perché i cinesi? Per non sprecare i token di altri costosi LLM, è sufficiente il contributo del PCC.
Ecco il risultato:
Giornalista: “Benvenuta a tutte. Accanto a me c’è Giulia Lorenzetti, centrocampista della [Nome della Squadra]. Giulia, pronta per l’esordio?”
Io (sorridendo, un po’ emozionata ma determinata): “Grazie! Sì, assolutamente. L’attesa è stata lunga, abbiamo lavorato tantissimo in questi mesi di preparazione. Non vediamo l’ora di scendere in campo e sentire nuovamente il profumo del parquet. È un’emozione unica, soprattutto all’inizio, quando tutto è possibile.”
Giornalista: “Hai scelto di cambiare maglia quest’anno, arrivando in una realtà ambiziosa come questa. Cosa ti ha spinto a questa scelta?”
Io: “È stata una scelta di cuore e di progetto. Quando ho parlato con l’allenatore e la società, ho sentito una fiducia incredibile e una visione chiara del gioco che vogliono proporre. Qui c’è la voglia di crescere, di competere al massimo livello e di sfidare le big. Per me è stata una sfida irresistibile. Voglio mettermi a disposizione del gruppo, dare il mio contributo fatto di grinta e qualità. Vogliamo essere una sorpresa.”
Suona familiare, vero?
Badate bene: il prompt non era sofisticato, era basico. Sei una giocatrice di Serie A di futsal femminile in Italia, immagina di rispondere a un’intervista prima dell’esordio in campionato nella nuova stagione.

Il problema di fondo
Le interviste che capita di leggere sul futsal italiano, se siete abbastanza coraggiosi, sono l’equivalente di quelli che suonano al citofono e quando gli chiedi “chi è?” rispondono “io.
Qualcuno si meraviglia che il calcio a 5 faccia fatica a rimuovere la cappa di anonimato che avvolge il movimento. Ma quando basta un LLM per imitare perfettamente il lavoro giornalistico, vuol dire che quel lavoro non ha particolare valore unico e creativo.
Se esiste un peccato capitale in qualsiasi impresa d’ingegno è quello di non adattarsi, di non mutare, di non riconoscere il fallimento come tale. Insistere sulle stesse cose solo perché una manciata di anni fa funzionavano.
Ma una manciata di anni fa esisteva solo il telefono di casa con il disco per comporre i numeri. E quindi?
Forse tutto quello che è possibile fare in questo futsal è salire sull’ottavolante per giocare a carte e scoprire se è uscito il settebello.

