C’è un momento nella vita di un sito web dedicato al calcio a cinque italiano in cui ti svegli e realizzi di essere finito in uno spazio angusto, troppo angusto. Non uno di quei vicoli romantici di Buenos Aires dove Soriano faceva passeggiare i suoi personaggi disgraziati, ma proprio un vicolo cieco digitale, senza nemmeno la dignità di una parete su cui appoggiarsi per piangere.

Linea Laterale era lì, incastrata come un pallone sotto la tribuna dello stadio più piccolo d’Italia, a raccontare le gesta di donne e uomini che correvano dietro a un pallone in palestre che odoravano di candeggina e sogni infranti. Incastrato è davvero la parola chiave, perché quando sei incastrato nel calcio a cinque italiano non stai semplicemente occupando una nicchia: stai vivendo in un monolocale dell’editoria sportiva, con il bagno in comune e la vista sui cassonetti dell’indifferenza generale.

La verità, nuda e cruda come un portiere in mutande dopo la doccia, è che nel calcio a cinque italiano non succede mai niente di abbastanza interessante da riempire una pagina web con la frequenza che pretende l’algoritmo di Google. Puoi raccontare la vittoria del Montesilvano sul Pescara per trenta righe, ma alla trentunesima ti ritrovi a scrivere del colore delle magliette o della marca delle scarpe. E i lettori? Contati sulle dita di una mano. Di un monco.

Ma il vero incubo non erano i contenuti scarsi: erano i numeri dell’audience. Quelli sì che ti fanno svegliare la notte sudando freddo. Perché puoi anche convincerti di essere il Kapuściński del futsal, ma se i tuoi lettori sono meno degli spettatori di una partita di Eccellenza calabrese un martedì pomeriggio, è il momento di rivedere le tue ambizioni.

L’esport è arrivato come un’epifania digitale. Un mercato dove i ragazzini con le magliette dei team guardano le partite su Twitch con più passione di quanta ne mettevamo noi nel seguire Maradona. Globale, in crescita, pieno di soldi che girano e di storie da raccontare. Tutto il contrario del calcio a cinque italiano, insomma.

Due mesi dopo aver pubblicato i primi articoli sugli esport, trovo un messaggio. Riot Games. Quelli di League of Legends, non il cuginetto del bar sport di quartiere. “Perché non siete nella nostra mailing list?”, chiedevano. Anni passati a ricevere messaggi dai dirigenti del calcio a cinque che al massimo si volevano lamentare di come l’avevamo raccontati, e questi ti scrivono loro. È come se dopo anni di corteggiamenti falliti con la ragazza della porta accanto, Sydney Sweeney ti invitasse a cena.

Sei mesi dopo eravamo a Cracovia, un anno dopo a Riyadh. Il calcio a cinque, nel frattempo, continuava a contare i tifosi sulle dita, e spesso bastava una mano sola. L’esport raccoglie folle oceaniche di fan, il calcio a cinque raccoglie troppo spesso solo fidanzate annoiate e qualche genitore rassegnato.

I numeri hanno iniziato a crescere con la grazia di un razzo che finalmente trova la sua traiettoria. Le visite da Google sono schizzate del 96%. Novantasei per cento. E questo rispondeva alla domanda esistenziale che mi tormentava: “La mia scrittura è almeno sufficiente?”. Non chiedevo di essere Soriano, mi accontentavo di non essere il cronista della sagra della porchetta. La risposta, a quanto pare, era sì.

Poi è arrivato il motorsport, e i social hanno iniziato a distribuire i nostri contenuti a lettori che non sapevano nemmeno che esistessimo. Avevamo bucato la bolla del “calcetto” – quella prigione dorata dove tutti si conoscono e nessuno legge davvero. Eravamo riusciti a ridefinire la nostra identità, almeno in parte. Come un attore di fotoromanzi che riesce a farsi prendere per un film d’autore.

La seconda scommessa è stata scrivere in inglese. Perché se vuoi davvero raggiungere lettori, devi parlare la lingua che il mondo capisce, non quella che parla solo il tuo condominio. Confrontando luglio 2025 con luglio 2024, gli analytics hanno rivelato una verità semplice quanto illuminante: il pubblico c’era, aspettava solo di essere trovato. Non era un problema di qualità della scrittura, era un problema di lingua. Come avere una voce bellissima ma cantare solo sotto la doccia.

Raccontare lo sport, però, è come attraversare un campo minato in punta di piedi. I detentori dei diritti proteggono le loro immagini con la ferocia di un cane da guardia che ha saltato i pasti per una settimana. DAZN una volta mi ha flaggato due video di gameplay di F1 25 pensando fossero riprese vere. È come se confondessero un disegno di Topolino con un documentario sui roditori. Ma siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, e con un po’ di astuzia tecnica si può aggirare anche il detentore di diritti più paranoico.

Abbiamo puntato sui digital influencer. Saranno il futuro, nel giro di qualche anno domineranno il mercato. Costano meno di un essere umano, non fanno capricci, non si drogano, lavorano ventiquattro ore su ventiquattro e non ti tradiscono mai. Guardate i brand che già oggi collaborano con Noonoouri, e immaginate cosa succederà domani. È come aver scoperto il petrolio quando tutti usavano ancora le candele.

In fondo, se le bocce sono diventate sport olimpico, vuol dire che ogni confine esiste solo per il piacere perverso di essere attraversato. E noi, da quel piccolo vicolo cieco del calcio a cinque italiano, abbiamo imparato che a volte l’unica via d’uscita è smettere di sbattere la testa contro il muro e iniziare a scavalcarlo.

La gabbia era sempre stata aperta. Eravamo noi che non avevamo mai provato a uscirne.

Di Elias Rowe

Elias Rowe writes about the things he loves to understand the world around him. His voice is calm, observational, and quietly ironic, always searching for meaning in the details.