Brevissimo riassunto: la Virtus Romagna chiude i battenti, dopo essersi iscritta al campionato di riferimento, la seconda divisione di calcio a 5 femminile, in Italia. Avverte le tesserate in divenire con un messaggio su WhatsApp da parte del massimo dirigente del club. Le ragazze letteralmente private della possibilità di competere quando quasi tutti gli organici sono chiusi, sui social manifestano il loro sconcerto.
Lo stagno social del futsal italiano è veramente piccolo: tiri un sasso come quello, di una certa dimensione, e stai sicuro che farà rumore. Ne fa così tanto che ne scriviamo anche su queste pagine digitali, perché almeno ogni tanto succede qualcosa di cui vale la pena scrivere.

Beef chiusa? No, ma avrebbe dovuto chiudersi lì.
La dirigenza della Virtus Romagna fa esattamente quello che non dovrebbe mai fare. Invece di lasciare che la storia si esaurisca, tanto che cosa importa di quello che dicono? L’attività sportiva è chiusa, non c’è nessun danno alla credibilità per qualcosa che ha smesso di esistere.
Rispondono e lo fanno nel peggiore dei modi.
Già nella premessa: “ci vediamo costretti” c’è il primo fondamentale errore: non vi ha onestamente costretti nessuno. Non importa a nessuno, non c’è nessun brand da proteggere. Domani di questa storia si saranno letteralmente dimenticati tutti. Sarà solo l’ennesima storia triste in una disciplina piena di storie tristi.
“I costi generali e gestionali, dei quali i rimborsi riconosciuti allo staff e alle giocatrici sono parte consistente, sono cresciuti in maniera considerevole anche in relazione al fatto che alcune giocatrici avevano chiesto, per firmare il rinnovo dell’accordo, un aumento dei rimborsi che arrivava in alcuni casi addirittura al raddoppio di quanto percepito lo scorso anno mentre per la parte tecnica l’aumento era pari a un più 50%.”
Davvero? Quando l’avete scritto, non c’era una vocina che vi accennava al fatto che potevate scegliere di non accettare le richieste di aumento? Questo suona come un maldestro tentativo di scaricare le colpe sulle atlete accusandole di essere delle “gold digger” (mi piace il lemma inglese più di quello italiano) e di pensare ai soldi. Perché certo con il calcio a 5 si diventa ricchi, soprattutto in B.
Non era più semplice scrivere, butto lì a caso: “La Virtus Romagna è vittima di una situazione economica che rende a oggi insostenibili i costi di gestione per un’attività agonistica nazionale anche a livello dilettantistico”? Fine. Invece no. Anche fare del “benaltrismo”, asserendo che “c’è anche chi fa peggio” come se questo fosse una ragione per autoassolversi dalle responsabilità.

Poteva dare la società perfino la colpa alle “istituzioni”, uno di quegli argomenti che vanno tanto di moda negli sport dilettantistici, come se il governo locale si dovesse accollare obbligatoriamente i sogni di gloria di ogni realtà sportiva sul territorio.
A voler essere maliziosi, cercare una partnership con il Rimini calcio, che non paga gli stipendi da maggio e che partirà in Lega Pro per questo con meno sei, non è esattamente indicativo di una lungimiranza sportiva. Lo ripeto, bastava tacere, far passare la tempesta e poi ripartire eventualmente dal basso a costo quasi zero in un campionato regionale che fa tanto “mamme e dopolavoro.
Ovviamente non si è fatta attendere la risposta, sempre via social, dell’ormai ex capitano della squadra. Non solo lei confuta punto per punto la narrativa della società ma manifesta con dispiacere la mancanza di empatia. Già, un “mi dispiace” in fondo non costa nulla ma pesa tanto in un mondo che spesso, troppo spesso si illude di costruire rapporti di amicizia quasi familiari solo per poterne poi approfittare.
Forse questa storia ferisce più le giocatrici, che spesso si cullano nell’illusione del “gruppo” e della “famiglia”, convinte che questi due aspetti le mettano in qualche modo al riparo dall’essere considerate semplicemente tesserate di una società sportiva. Le squadre non sono famiglie e non dovrebbero esserlo. Sono veicoli attraverso i quali si praticano le discipline, niente di più.

Lo so, vorreste tanto che tutto quello che ruota intorno al semplice agonismo fosse più importante, che l’aspetto conviviale e sociale fosse più rilevante di quello economico. Non lo è, non lo è mai stato ma farvelo credere serviva a uno scopo: abbassare i costi e legarvi emotivamente.
Mi dispiace ragazze, davvero.
Buona fortuna, ma non credo che la fortuna esista.

