Questa è quella parte della stagione nella quale si “sposano i progetti”, si “ammira la serietà della società”, si trova finalmente una “famiglia” – credo onestamente sia un riferimento a quella sportiva, non alla condizione di orfani. In un meraviglioso contrappasso comico questo è anche il periodo nel quale il tribunale federale nazionale della FIGC dirime anche i casi che attengono alla sfera economica delle sue discipline.
Quindi mentre leggiamo di entusiastiche adesioni al progetto, di quanto si è legati all’ambiente familiare e alla serietà degli intenti, ci capita di leggere un documento federale che attesta il mancato pagamento di quanto dovuto a ben tre atleti in forza alla squadra nella stagione appena conclusa e la relativa condanna con annessa penalizzazione in classifica.
Questa volta vorrei soffermarmi meno sulla regolarità di stagioni sportive nelle quali le squadre – sì, al plurale – non pagano agli atleti quanto dovuto, piuttosto su quegli stessi atleti.
una domanda
Ho una domanda: quando rilasciavate le “interviste” – sì, rigorosamente virgolettato – contribuendo a una certa narrativa, vi stavano pagando regolarmente? Quando siete scesi in campo per la gente, la maglia, la fascia e la gloria, al supermercato hanno accettato come pagamento la vostra maglia sudata?

Non siete Marco Verratti, che con l’ultimo contratto firmato sarà il calciatore italiano che ha monetizzato meglio la sua carriera: 270 milioni di euro di soli ingaggi. Per molti di voi quel denaro è frutto del vostro lavoro. Non vi spetta? Pensate di non meritarlo? Oppure semplicemente pensate di meritare di essere pagati quando lo “sponsor” versa i soldi, anche se sapete benissimo che non è quello davvero il problema?
Quando dichiarate di essere andati via “in cerca di nuovi stimoli” invece di raccontare: “vado via perché non mi hanno pagato per mesi…”, non vi sentite parte del problema?
Sono perfettamente cosciente del clima di omertà che vige nella disciplina, di quanto sia più semplice restare in silenzio, fare finta di nulla e poi lamentarsi. Plaudo agli atleti che pretendono gli accordi economici redatti correttamente e che poi perseguono le vie legali per ottenere quello che è DOVUTO – scritto sì tutto maiuscolo.
Non avete la mia solidarietà. Se vi sta bene perdere i vostri soldi, abdicare alla vostra dignità di lavoratore sportivo, questo è – in fondo alla cassa del supermercato – un vostro problema. Uno che rende l’illegalità una consuetudine. Chi non combatte per i propri diritti, chi non ce li espone, chi si crogiola dentro le piccole menzogne solo per ottenere un irrilevante titolo sportivo, non è una vittima. È parte del problema.