Una delle chiavi del successo di pubblico e d’interesse della Kings League Italia è nell’aver individuato e mutuato dagli esport l’idea che il co-streaming degli eventi sia un’arma estremamente più remunerativa in termini d’ascolti della cessione per denaro dei diritti d’immagine.
Al lunedì potete seguire tre partite della Kings League Italia su canale satellitare a pagamento Sky Sport. A trainare il successo degli eventi non è però l’esclusività della piattaforma, che di fatto non aggiunge valore oggi come accadeva 15 anni fa. Anzi, semmai oggi accade l’opposto.
Ad amplificare il pubblico ci pensano tutti quegli streamer. In parte proprietari dei club che partecipano alla Kings League, che commentano e ritrasmettono le immagini fornite da chi produce l’evento. Perché oggi, in una era di comunicazione diffusa il valore risiede non nell’esclusività ma nella capillarità.

Se siete un consorzio economico come la Premier League, la NBA, la NFL o la WWE, con una posizione di dominanza, molto probabilmente le immagini della vostra disciplina non hanno nessun valore economico. Lo scrivo ancora e in maiuscolo e in grassetto: NESSUN VALORE ECONOMICO. Se poi siete in Italia e sotto l’egida della LND allora li avete ceduti alla Lega Nazionale Dilettanti al momento dell’iscrizione ai campioni. Opzione che la LND raramente esercita, quella di proprietà dei diritti, indovinate perché? Si, perché non hanno NESSUN VALORE.
L’intuizione o meglio il momento di svolta nella conduzione e gestione dei diritti sulle immagini di eventi sportivi arriva da nemmeno a dirlo, un consorzio economico sportivo. Gli eSport per primi hanno compreso che il vero valore del loro prodotto è direttamente proporzionale alla sua diffusione. Maggiore la capillarità, maggiore la capacità di monetizzare gli eventi dal vivo ma soprattutto l’interesse degli sponsor.
Non è possibile immaginare il successo planetario dell’industria videoludica senza l’orda di video di gameplay. Di commento, critica, meme e tutorial che hanno segnato da sempre il panorama dei videogame competitivi. Quei contenuti aumentano la percezione del prodotto non la diminuiscono. Molti sport tradizionali oggi, si ancora oggi, perseguono il “freebooting” come una violazione della loro proprietà intellettuale. Cercano di mungere una mucca vecchia e stanca ancorati all’idea che proprio la scarsità ne aumenti il valore. Una ristretta disponibilità genera valore in beni di lusso usualmente, mai ma proprio mai, negli eventi d’intrattenimento.

L’industria videoludica non restringendo l’accesso alle proprietà intellettuali di fatto incentivano i creatori di contenuti che non devono preoccuparsi d’eventuali azioni legali, non hanno problemi così a creare valore per loro stessi e di conseguenza per il brand senza che il brand investa un euro.
Paradossalmente, più gli sport sono minori, più registrano numeri insignificanti a livello globale, maggiore è la presa sui diritti d’immagine, che di fatto non esistono perché nessuno ha interesse a pagare per un prodotto che nemmeno conosce. C’è una ragione se ancora oggi nei supermercati vi offrono gli assaggi gratuiti. Esiste la concreta possibilità che non ci sia nessuno davvero interessato al prodotto. Non tutti i videogame sono League of Legends e i titoli morti nel giro anche di pochi mesi si contano nell’ordine delle centinaia ogni anno.
Gli sport minori sfortunatamente non sono attrezzati, spesso nemmeno a livello legislativo, per affrontare con armi adeguate la battaglia per l’attenzione del pubblico e sono destinati ad uscirne inevitabilmente sconfitti. Perché legati ad un panorama cognitivo estremamente limitato e probabilmente genuinamente ignari di quello che accade intorno a loro.

