Bianca Bustamante

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Copertina di Vogue. Non del giornaletto online sotto casa, non del giornale gratuito all’ingresso della metropolitana. Vogue. La rivista icona dello stile, del fashion, della moda. Così si presenta al mondo, Bianca Bustamante. Diciannove anni appena compiuti, filippina, pilota McLaren.

Per offrire un termine di paragone con il quale misurare la magnitudo di questa cover, posso ricordarvi che sono state necessarie ben 4 giocatrici della nazionale americana di calcio femminile per guadagnarsi la copertina: Alyssa Thompson, Taylor Kornieck, Naomi Girma e Sophia Smith. Per trovare un calciatore comparso sulla copertina della rivista nel recente passato dobbiamo tornare indietro di un anno. Era il sud coreano Cho Gue-sung, protagonista della cover.

Gli atleti sono importanti veicoli pubblicitari, non solo per brand d’abbigliamento o di beni di consumo più in generale, lo sono per la loro disciplina. Bianca Bustamante è dannatamente veloce nella sua categoria la F1 Academy, una formula 2 costituita da soli piloti donna. È anche il testimonial ideale per mostrare che la femminilità e la pratica sportiva quando si coniugano offrono un vantaggio competitivo anche sullo sport al maschile.

Nel recentissimo Grand Prix di Silverstone, la Bustamante era ovviamente ospite del box della McLaren impegnata lì con le sue Formula 1. Indovinate la regia chi ha inquadrato costantemente ogni volta che era possibile, quando si parlava delle prestazioni di Lando Norris e Oscar Piastri? Lei. Bravi.

L’intero progetto della F1 Academy di cui abbiamo già parlato accennando all’imminente serie su Netflix è una operazione sportiva e commerciale. Avere piloti veloci è importante, se possono anche essere testimonial senza somigliare a Marla Hooch, meglio. Nota a Margine: per i non cinefili Marla Hooch è un personaggio del film A League of their Own del 1992. Il titolo in italiano è Ragazze Vincenti, tra l’altro orribile trasposizione. Fine nota a margine.

Questa è la società dell’immagine. Ogni giorno vengono pubblicate 3.2 miliardi di immagini e 720.000 ore di video. Quando uno sport presenta i suoi atleti o le sue atlete senza aver cura di quello che rappresentano visivamente commette un delitto contro se stesso. Sceglie il seppuku. Probabilmente anche senza averne davvero coscienza.

Oltre 3 miliardi di immagini costituiscono inoltre una concorrenza spietata e senza quartiere ai contenuti che una disciplina soprattutto se minore deve affrontare se vuol provare a far emergere i propri contenuti. Se non bastassero i dati analitici a confermarlo anche l’esperienza empirica indica che immagini al di fuori dei canoni anche estremamente inclusivi di bellezza, faticano ad emergere.

L’immagine è storytelling. Ma dovete averla in mente una storia, per quanto sembri in antitesi quella storia va scritta prima di vederla realizzata. Va immaginata per poter essere poi riconosciuta. C’è uno sport per tutti, ma non credo che i lottatori di sumo possano rappresentare la categoria dei piloti di formula 1 e i piloti di formula 1 siano pessimi modelli di lottatori di sumo.

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